Matteo 11, 11-15
In quel tempo, Gesù disse alle folle:
«In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono.
Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui quell’Elia che deve venire. Chi ha orecchi, ascolti!».
Giovanni Battista è l’ultimo dei profeti: è colui che realizza gli ultimi versetti dell’ultimo profeta dell’Antico testamento: Malachia. Malachia 3, 23-24 afferma:
“Ecco io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; così che io venendo non colpisca il paese con lo sterminio”. Ed egli, dice Gesù, è quell’Elia che deve venire. Il Battista è il più grande fra i nati di donna, eppure il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Il Battista rappresenta il termine del cammino dell’uomo, ma il più piccolo nel regno sta già in casa come figlio di Dio, ed è realmente figlio di Dio.
Giovanni non è un maestro di certezze, ma ricercatore di verità. Se lui è il punto di arrivo della promessa, il più piccolo nel regno è l’inizio del compimento. Questo inizio è violento, come le doglie del parto. Il Battista è il più grande tra i nati di donna: è il massimo che poteva esprimere la natura umana, è l’apice che può raggiungere la capacità e lo sforzo umano. Il più piccolo nel regno dei cieli, è l’espressione del dono, dell’amore di Dio.
Il Battista rappresenta Mosè che con la sapienza appresa nella corte del faraone va a liberare il popolo battezzandolo con l’acqua, lui salvato dalle acque. Il più piccolo nel regno si presenta con la forza dello Spirito, lui che è stato battezzato col fuoco. Il Battista battaglia con la sua parola e con le sue forze contro i potenti di allora, come Mosè si presenta con la sua sapienza e viene sconfitto e deve andare in esilio.
Il più piccolo nel regno dei cieli si presenta con la sua incapacità di parlare e si fida di Dio: badate bene di non preparare la vostra difesa perché lo Spirito vi suggerirà quanto dovrete dire.
Il Battista cammina nel deserto e vive nella fatica della vita eremitica e del suo sforzo ascetico; il più piccolo nel regno dei cieli si affida al Signore il quale, per bocca del profeta Osea dice: “Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano… Io li traevo con legami di bontà, con vincoli di amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (11, 3-4).
Nella nostra vita noi viviamo, o possiamo vivere, la grandezza del Battista che si fa da sé e vuole portare la salvezza con le proprie forze e con le proprie idee; oppure viviamo l’atteggiamento dell’abbandono fra le braccia del Padre che esprime fiducia nella sua presenza, più che nelle nostre forze. Quando facciamo tutto da noi, normalmente prima o poi arriviamo a un vicolo cieco, non troviamo più la via da seguire, non capiamo più, non abbiamo più forze. Questo perché la via che seguiamo è la nostra via, quella di cui noi siamo convinti, quella che noi abbiamo costruito con le nostre forze. Le nostre vie cadono sempre nel limite, cercano sempre la nostra salvezza più che il regno di Dio, hanno come sottofondo il salvare la nostra vita anziché perderla per Lui. Per questo prima o poi mostrano il limite, per questo prima o poi vanno in tilt. A questo punto, se vogliamo, possiamo comprendere e aprirci al fatto che il più piccolo nel regno dei cieli è più grande del Battista. Anche se ai nostri occhi e agli occhi del mondo appare più piccolo e insignificante, in realtà risulta essere più efficace e significativo.
Il regno dei cieli soffre sempre una violenza. Una violenza dentro di noi, per lasciare le vie conosciute, sicure, che ricevono rispetto dal mondo, per intraprendere quelle che all’apparenza sono meno efficaci ma che alla lunga si mostrano le più vere. Il regno dei cieli subisce violenza perché i violenti se ne impadroniscono, come si sono impadroniti di Gesù mettendolo in croce, ma venendo sconfitti proprio da quella croce: prima o poi la vita del seme del Regno messo sotto terra scoppia con tutta la sua capacità di vita e porta frutto.
I giusti con la loro violenza subita, sono profezia della Parola: la parola della croce. Il mite è il violento in senso evangelico, tanto forte da portare su di sé ogni violenza senza restituirla, fino a porgere l’altra guancia. Il bene è più violento e più forte del male.
Con Giovanni termina l’attesa, dopo di lui non c’è più profezia, ma la Parola compiuta. Giovanni è da accettare: chi rifiuta la voce, rifiuterà anche la Parola. Le due fasi del cammino, autonomia da Dio e dipendenza dallo Spirito, non si possono cancellare o scavalcare, fa parte della nostra crescita. Possiamo rinunciare alla nostra autonomia accettando la guida dello Spirito solo se questa autonomia noi l’abbiamo, diversamente non possiamo rinunciarla.
E a noi cosa resta? Non resta altro che accogliere il dono della figliolanza e sentirci figli, abbandonandoci fra le sue braccia che ci sollevano fino alla sua guancia, e lasciarci baciare.
Per accogliere il Signore che viene dobbiamo come Giovanni, capire non solo che è giunto il momento in cui bisogna interpretare la realtà con gli occhi di Dio, ma che ormai c’è un modo definitivo di vederla, che è quella del Figlio che ci fa fratelli, e che ci apre totalmente a questo regno che soffre violenza, è la violenza stessa della croce che sa farsi carico del male.
Fausti
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