Matteo 11, 20-24
In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sodoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sodoma sarà trattata meno duramente di te!».
Davanti alla vita che si apre nell’oggi, come di fronte alla Parola, sento la necessità che il cuore si apra per accogliere in verità quanto accade e quanto viene proclamato. La durezza del cuore e la sua chiusura che nasce dal timore di una vita crudele, di una vita che spesso non corrisponde ai nostri desideri e, sembra, neppure a quelli di Dio, richiede che noi rinnoviamo il nostro desiderio di Dio, di apertura, di accoglienza.
Mi pare che una delle chiusure più frequenti e più tenaci, sia quella del ritenere di avere compreso, meglio sarebbe dire “pre-compreso”, quanto ci viene detto e quanto avviene.
Nella via della precomprensione, ritrovo la cecità della nostra quotidianità. Nella precomprensione non vi è spazio per lo stupore. Non riusciamo a vedere i segni della vita che cresce, della presenza di Dio che proclama la vicinanza del Regno. Nemmeno i Giovanni Battista di turno riescono a fare breccia dentro di noi. Il Battista è trattato come un indemoniato e Gesù come un mangione e un beone. Ma sempre più in noi si fa spazio una tendenza: quella di non essere più capaci di vedere, di vedere quanto avviene veramente al di là delle apparenze.
Che dire di un Mosè che il faraone era riuscito a risolvere come problema sacrificandolo al dio Nilo e che il Signore salva grazie al faraone stesso, a sua figlia, facendolo diventare il liberatore del popolo di Israele?
Chi di noi sarebbe capace di vedere in questa vicenda una storia che si snoda sfuggendo alla malvagità del faraone di turno? E quante delle vicende odierne hanno questo sapore di tirannia e di schiavitù?
Chi di noi riesce a scorgere nelle viuzze del nostro camminare, una scia di speranza che si snoda in noi e in mezzo a noi?
Siamo ciechi ma non perché manchiamo di vista, quanto invece perché la nostra vista è offuscata dalle nostre precomprensioni. E le precomprensioni provocano sempre durezza di cuore e chiusura di udito e di occhi, incapacità a parlare secondo il Regno.
La cecità non è frutto di ignoranza e povertà. I piccoli comprendono questo e sanno vedere oltre quello che noi vediamo e cogliere quella saggezza evangelica che noi non riusciamo a comprendere. È la chiusura interiore e la conseguente indisponibilità alla conversione che è causa di cecità.
Quando chiudiamo il nostro cuore ai segni di Dio, ai segni della vita, noi diveniamo schiavi dei segni di morte che serpeggiano in mezzo a noi. Segni di morte che esistono ma non sono la realtà che viviamo.
Noi i segni di vita li trattiamo con sufficienza, li riteniamo cose morte, li pensiamo cose da vecchiette o da illusi. I segni di vita non solo non li sappiamo vedere ma anche quando li vediamo li squalifichiamo come cose da illusi o, al limite, cose inventate dai preti.
E la paura fa novanta. E per paura non ci lasciamo toccare. E a causa della paura ci chiudiamo appena all’orizzonte compare una possibilità di richiesta di conversione.
La nostra povertà provoca presenza di misericordia da parte di Dio. Le nostre chiusure di cuore di fronte alla vita che nasce e rinasce non può che provocare severità, perché Dio è severo con chi uccide la vita, cominciando da Caino fino a noi.
Il bisogno che abbiamo di rilanciare la vita, chiede il rinnovo di un cuore che rischia la cecità e l’infarto. Lasciare le nostre precomprensioni significa permettere a Dio e alla Vita di comprendere noi nell’abbraccio di misericordia che apre occhi e cuore e braccia ad una vita che continua a spingere in noi e intorno a noi. Che possiamo oggi ritornare alla vita con un cuore aperto, gioioso nella conversione.
Cosa vuol dire convertirsi? Vuol dire semplicemente pensare come pensa Dio, vuol dire mettere a confronto, conformare la mia realtà su quella di Dio. Ritornare a Dio vuol dire continuamente scoprirlo, perchè è sempre oltre e sempre altro.
D. M. Turoldo
Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI
Guarda le meditazioni degli ultimi giorni
31 Marzo 2026 Giovanni 13, 21-33.36-38
Giuda, fratello mio…
Ci sono solitudini che fanno rumore.
La tua, Giuda, no.
La tua cade in silenzio, come una moneta sul fondo del mondo.
E io ti penso lì, fratello smarrito, ultimo tra gli ultimi,
con addosso non il peccato — che pure gli uomini adorano contare — ma il dolore.
Quel dolore che spacca il fiato, che toglie il nome alle cose,
che fa della notte una stanza senza porte.
Ti hanno lasciato addosso il marchio del gesto, e si sono dimenticati dell’abisso.
Si sono fermati al bacio, e non hanno visto la ferita.
Hanno contato i denari, e non hanno contato le lacrime.
Ma io, stasera, se potessi, verrei a cercarti.
Non per assolverti come fanno i giusti.
Non per spiegarti, che certe anime non si spiegano.
Solo per sedermi accanto. Solo per dirti: resta.
Ancora un momento. Non andare così lontano dentro il tuo buio.
L. Santopaolo
30 Marzo 2026 Giovanni 12, 1-11
Noi vorremmo provare a entrare in questa settimana Santa accompagnati dal profumo del nardo di Maria, dall’immagine di questo aroma che si espande fino ad arrivare addirittura sotto la croce. Sarà questo il modo migliore per tenere lontane le continue immagini di morte che ci vorrebbero distogliere dal profumo della vita che Cristo ci è venuto a donare con la sua Risurrezione.
Dehoniani
Hanno deciso la tua morte, ma io ti profumo con ciò che fa vivere, l’hai insegnato Tu che l’amore fa esistere.
Tu ci hai riempito d’amore. Ci ami troppo, piccoli e peccatori come siamo, e io ti ricambio con questo troppo di profumo.
Ermes Ronchi
29 Marzo 2026 Matteo 21, 1-11
La Parola non è prima di tutto un comando, una direzione, un cosa fare, ma una promessa che vince anche le nostre morti. L. Vitali
Per noi l’eternità è una questione di quantità (un tempo che non finisce), ma nel Vangelo l’eternità è questione di qualità. Gesù non promette ai suoi discepoli un ombrello assicurativo per ripararli dagli inconvenienti che possono capitare (uno tra tutti la morte) ma insegna che a decidere la felicità o l’infelicità, la realizzazione o il fallimento personale non è ciò che capita, ma il modo con cui reagiamo a ciò che capita: sostenuti, nutriti e guidati dalla sua parola sarà sempre possibile scegliere di amare, perciò di scegliere la vera vita (anche sulla croce). P. Lanza
Giovanni Nicoli | 15 Luglio 2025