Matteo 11, 25-27

In quel tempo, Gesù disse:

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.

Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Tutto intorno e dentro di me mi parla che dobbiamo diventare grandi e importanti. Ci è stato insegnato così; abbiamo continuato ad essere così; insegniamo a nostra volta così.

Dobbiamo fare dei bei progetti convinti come siamo che i poveri chiedono progetti e non condivisione. E quando un Papa ci dice il rovescio noi annuiamo ma continuiamo come se nulla fosse a fare come prima, a fare progetti e non a condividere.

La vita, intorno a noi, continua a provocarci ad una presa di coscienza diversa. La comunità cristiana ha bisogno di pastori, e i nostri seminari continuano a sfornare dei capi che vogliono fare, della loro parrocchia, quello che loro vogliono.

La vita continua a chiederci misericordia e noi costruiamo tribunali. La vita ci chiede partecipazione e noi continuiamo ad affilare le lame di una morale che non dice più nulla a nessuno. La gente chiede attenzione ai suoi problemi e alle sue problematiche e noi organizziamo delle tavole rotonde, facciamo degli incontri e non andiamo incontro più a nessuno.

Situazioni drammatiche e difficili chiedono il nostro tempo, ma noi non abbiamo più tempo per nessuno presi come siamo dal ristrutturare ciò che non è più ristrutturabile. Progetti e tavole rotonde ormai sembrano essere l’ultimo confine per tentare di salvare il salvabile, mostrando a noi e al mondo un volto di efficienza che non ha alcun sentore di vangelo.

Essere piccoli, accogliere l’invito a smettere di pensare in grande, di fare cose grandi, di cercare visibilità. Siamo troppo preoccupati di noi stessi e di salvaguardare noi stessi, anziché incontrare. Incontrare noi stessi, incontrare il prossimo, incontrare Dio.

Credo che uno degli atteggiamenti per potere essere piccoli secondo il vangelo sia quello di lasciare, di perdere, di lasciare perdere la nostra smania di conservazione. Vogliamo conservare la fede; vogliamo conservare certi privilegi; vogliamo conservare i cristiani; vogliamo conservare una certa posizione nella società. Vogliamo conservare: facciamo delle conserve non della fede.

Gesù da ricco che era si è fatto povero per potere essere seme che caduto in terra muore e porta frutto, frutti di risurrezione. Il nostro bisogno di conservare non risponde alla vocazione ad essere piccoli perché fa conserva anziché rilanciare la vita.

In questo volere conservare noi rendiamo la vita sempre più triste, sempre meno cristiana. Vita che rischia di non dire più nulla a nessuno, neppure a noi.

Nietzsche afferma che:

«Le vostre facce sono state per la vostra fede più dannose delle vostre ragioni. Se il lieto messaggio della Bibbia vi stesse scritto in viso, non avreste bisogno di esigere così costantemente fede nell’autorità di questo libro».

A questo siamo chiamati: ad una vita più semplice, meno smaniosa di grandezza e visibilità. Abbiamo bisogno di una vita che condivida e che crei condivisione. Abbiamo bisogno di una vita vitale che mostri sul proprio volto una fede che dona vita. Abbiamo bisogno di perdere il vizio di puntare il dito verso e contro qualcosa e qualcuno. Abbiamo bisogno di metterci accanto e camminare insieme verso Emmaus per ritrovare, insieme, la via per Gerusalemme.

La fede di colui che sceglie e accetta la dinamica della piccolezza, è una fede che incontra e che si fa incontro. Una fede animata dalla gioia è la fede di chi ha fatto esperienza di un incontro che lo ha rinnovato interiormente, nell’apertura di un nuovo orizzonte di vita, per cui si trova una profonda fiducia che rimane salda anche nei passaggi tormentati. È la differenza tra la fede autentica e una fede narcisistica e individualistica, un’ideologia in cui l’io si protegge e si gratifica.

Diceva Papa Francesco: «Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore del Cristo risorto» (Evangelii Gaudium 2).

I piccoli sono quelli che sanno capire profeticamente la fragilità di un potere fondato sull’arroganza e su una presunta intelligenza. Sono quelli che cercano la verità, che svelano gli inganni. I piccoli sono i poveri che patiscono sulla loro pelle le conseguenze dell’ingiustizia e che gli intelligenti respingono perché “i confini sono sacri”, “i neri sono pericolosi”, “gli immigrati che stiano a casa loro”… I piccoli sono quelli che contro ogni evidenza credono e sperano in un mondo diverso e lottano perché esso si realizzi.

 Zambaldi

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21 Aprile 2025 Matteo 28, 8-15

“Non abbiate paura”. Resti in voi solo la gioia. Non temete, lasciate andare la paura, scacciate il timore.

Il Signore è risorto. E con lui risorge la sua comunità di fratelli e sorelle.

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20 Aprile 2025 Giovanni 20, 1-9

La Pasqua non è tranquillità ma è sconvolgimento delle nostre abitudini, dei nostri pregiudizi che ci accompagnano nella vita di tutti i giorni, è ribaltamento della pietra, è dono di speranza.

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Cristo non si rassegna ai sepolcri che ci siamo costruiti con le nostre scelte di male e di morte, con i nostri sbagli, con i nostri peccati. Lui ci invita, quasi ci ordina, di uscire dalla tomba in cui i nostri peccati ci hanno sprofondato. È un bel invito alla vera libertà.

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19 Aprile 2025 Sabato Santo

“… Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.

da una meditazione sul Sabato santo di Joseph Ratzinger

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