14 luglio 2021 Matteo 11, 25-27

Giovanni Nicoli | 14 Luglio 2021

Matteo 11, 25-27

In quel tempo Gesù disse:

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Forse è tempo di scegliere di diventare stupidi, piccoli, infanti, incapaci di parlare.

Coloro che sanno parlare secondo la sapienza del mondo non si fanno problemi a gettare sul lastrico una nazione intera che ha le sue responsabilità per la situazione che si trova a vivere. Coloro che sanno vivere hanno il pelo sullo stomaco e con quel pelo giustificano ogni iniquità in nome di una economia sempre più impazzita e sempre meno a servizio dell’uomo.

Gli infanti, gli stupidi, gli incapaci di parlare si chiedono: ma se l’economia non è per l’uomo ma l’uomo per l’economia, che senso ha? Ma forse è meglio non parlare. Dire che a noi infanti interessa l’amore di Dio e l’abbraccio tenero fra gli uomini, è cosa da gente fuori di testa che non sa come va il mondo. Dire che a noi interessano le persone che sono sui barconi più che i barconi, è roba da gente che non ha i piedi per terra. E forse è tempo di gioire per il nostro non avere i piedi per terra. L’economia è cosa seria che va trattata seriamente. Ma proprio perché è seria deve essere penetrata dalla Parola di Dio come una spada che divide fin nelle profondità mostrando ciò che è umano e ciò che umano non è, mostrando ciò che è buono e ciò che buono non è. La spada della Parola che tagli in due e divida l’economia della condivisione dall’economia dell’accumulo.

È ora di tornare a fare gli stupidi secondo Dio, è ora di tornare a vivere la fede. E la fede è una sola: quella che si fida.

Fidarsi significa non appoggiarsi ad altro che non sia Dio. Fidarsi significa abbandonare tutta la nostra prosopopea sulle cose che nella vita abbiamo fatto e comprendere che sono solo pula che il vento disperde. È tempo di gridare: speriamo che il vento dello Spirito disperda tutta questa pula, perché si possa ritornare a quella fede che evidenzia il fatto che la vita non dipende da te e dai tuoi successi, la vita è dono di Dio.

È tempo di riscoprire la bellezza dell’obbedienza che è dipendenza dal dono di Dio e liberazione dai nostri meriti che mai e poi mai daranno vita, al massimo ci faranno morire dentro. Sì perché i meriti chiedono un sacrificio continuo: quello della nostra libertà, quello del potere scegliere di amare, quello di non mettere al primo posto la fede vale a dire il rapporto con Dio.

È ora di celebrare la nostra ignoranza secondo il mondo. È la dotta ignoranza del puro di cuore a cui Dio si mostra e che Dio può contemplare. È ora di disinteressarci della sapienza ignorante del furbo, al quale Dio resiste e che mai e poi mai potrà gustare la bellezza di un abbraccio tenero di Dio.

È ora di tornare a fare gli stupidi che vivono di quella stupidità che è sapienza di Dio. E la stupidità ci libera dalla necessità di credere che Dio sia solo oggetto di rapina della nostra intelligenza e non principio e fine del nostro amore.

Roba da matti! Credere che Dio stia affacciato alla finestra della nostra intelligenza in attesa di vedere come va a finire, anziché di crederlo mendicante che bussa alla porta del nostro cuore, è proprio roba da matti.

E i piccoli a cui è rivelata questa dotta ignoranza, sono coloro che sono toccati dalla fede che vivono nel deserto delle città odierne.

Che cosa crediamo che ci faccia vivere? Il nostro successo? Il conto in banca? La pensione? La parrocchia che funziona bene? La considerazione da parte delle gerarchie della chiesa e quelle dell’alta finanza (che poi mi sembra un po’ bassa)?

Non si tratta di non mangiare e di non vivere, si tratta di camminare nel deserto di tutte queste cose dove ci siamo in mezzo ma non lasciandoci conquistare da loro, dove ci camminiamo in mezzo e ne usiamo ma certi che il nostro cuore innamorato è da tutt’altra parte.

Se così non fosse sarebbe come uno che dice di amare la sua donna e passa il suo tempo a guardare le partite o i gran premi, anziché amare lei e fare all’amore con lei. Roba da matti, questa sì, che ogni giorno è sotto i nostri occhi.

Quello che ci fa davvero vivere, roba da matti, è il fatto che Dio si occupa di noi e ci dona ogni giorno la sua manna di amore. E l’amore non lo si può accumulare e nemmeno inscatolare: il vento accumulato o si spegne o diventa tempesta che distrugge, ma non è più Spirito di amore.

La stupidità della nostra scelta è proprio questa – a dire il vero sarebbe da non dire -: mettere e tenere con tenacia e perseveranza al centro del nostro cuore Dio e il mondo, vale a dire il fratello. E la stupidità è questa: appoggiare il nostro cuore al niente del deserto, terra che non si può possedere perché non dà nulla. Appena noi possediamo qualcosa ci vogliamo stabilire lì, perdiamo la bellezza del pellegrino, non siamo più liberi di amare vale a dire di condividere. E cominciamo ad ingrassare, a volere mettere il sedere su di una poltrona comoda. E il deserto, luogo di fede e di liberazione, non è più deserto. Abbiamo trovato il nostro pozzo di petrolio che ci serve per assicurarci il domani. E la fede si perde e viene risucchiata nel buco nero delle sicurezze umane che non potranno mai donare vita. E perdiamo la conoscenza, l’amore, la relazione con Dio.

Dobbiamo ritornare ad essere stupidi nei confronti del mondo ed essere gente che sente tutta la benedizione del Padre su di sé semplicemente perché vede il suo volto e, grazie al Figlio, semplicemente si bea nello Spirito di sentirsi da Lui abbracciato e amato.

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Simone Weil

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