Matteo 11, 25-27

In quel tempo, Gesù disse:

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Tutto intorno e dentro di me mi parla che dobbiamo diventare grandi e importanti. Ci è stato insegnato così; abbiamo continuato ad essere così; insegniamo a nostra volta così. Dobbiamo fare dei bei progetti convinti come siamo che i poveri chiedono progetti e non condivisione. Quando un Papa, come Francesco, ci dice il rovescio noi annuiamo perché finalmente un Papa si fa capire e dice cose sagge, ma continuiamo come se nulla fosse a fare come prima, a fare progetti e non a condividere.

E la vita, intorno a noi, continua a provocarci ad una presa di coscienza diversa. La comunità cristiana ha bisogno di pastori, i nostri seminari continuano a sfornare dei capi che vogliono fare, della loro parrocchia, quello che loro vogliono.

La vita continua a chiederci misericordia e noi costruiamo tribunali. La vita ci chiede partecipazione e noi continuiamo ad affilare le lame di una morale che non dice più nulla a nessuno. La gente chiede attenzione ai suoi problemi e alle sue problematiche e noi organizziamo delle tavole rotonde, facciamo degli incontri e non andiamo incontro più a nessuno.

Situazioni drammatiche e difficili chiedono il nostro tempo, ma noi non abbiamo più tempo per nessuno presi come siamo dal ristrutturare ciò che non è più ristrutturabile. Progetti e tavole rotonde ormai sembrano essere l’ultimo confine per tentare di salvare il salvabile, mostrando a noi e al mondo un volto di efficienza che non ha alcun sentore di vangelo.

Essere piccoli, accogliere l’invito a smettere di pensare in grande, di fare cose grandi, di cercare visibilità.

Siamo troppo preoccupati di noi stessi e di salvaguardare noi stessi, anziché incontrare. Incontrare noi stessi, incontrare il prossimo, incontrare Dio.

Credo che uno degli atteggiamenti per potere essere piccoli secondo il vangelo sia quello di lasciare, di perdere, di lasciare perdere la nostra smania di conservazione. Vogliamo conservare la fede; vogliamo conservare certi privilegi; vogliamo conservare i cristiani; vogliamo conservare una certa posizione nella società. Vogliamo conservare: facciamo delle conserve non della fede.

Gesù da ricco che era si è fatto povero per potere essere seme che caduto in terra muore e porta frutto, frutti di risurrezione. Il nostro bisogno di conservare non risponde alla vocazione ad essere piccoli perché fa conserva anziché rilanciare la vita.

In questo volere conservare noi rendiamo la vita sempre più triste e, quindi, sempre meno cristiana. Vita che rischia di non dire più nulla a nessuno, neppure a noi.

Nietzsche afferma che: «Le vostre facce sono state per la vostra fede più dannose delle vostre ragioni. Se il lieto messaggio della Bibbia vi stesse scritto in viso, non avreste bisogno di esigere così costantemente fede nell’autorità di questo libro».

A questo siamo chiamati: ad una vita più semplice, meno smaniosa di grandezza e visibilità. Abbiamo bisogno di una vita che condivida e che crei condivisione. Abbiamo bisogno di una vita vitale che mostri sul proprio volto una fede che dona vita. Abbiamo bisogno di perdere il vizio di puntare il dito verso e contro qualcosa e qualcuno. Abbiamo bisogno di metterci accanto e camminare insieme verso Emmaus per ritrovare, insieme, la via per Gerusalemme.

La fede di colui che sceglie e accetta la dinamica della piccolezza, è una fede che incontra e che si fa incontro. Una fede animata dalla gioia è la fede di chi ha fatto esperienza di un incontro che lo ha rinnovato interiormente, nell’apertura di un nuovo orizzonte di vita, per cui si trova una profonda fiducia che rimane salda anche nei passaggi tormentati. È la differenza tra la fede autentica e una fede narcisistica e individualistica, un’ideologia in cui l’io si protegge e si gratifica.

Dice Papa Francesco: «Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore del Cristo risorto» (Evangelii Gaudium 2).

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