Matteo 11, 25-30

In quel tempo Gesù disse:

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Siamo stanchi, siamo stanchi delle continue guerre che condiscono le nostre giornate. Siamo stanchi di essere schiavi della necessità di fare guerre in nome di una non meglio precisata legge o virtù o valore, che dir si voglia. Siamo oppressi sotto il giogo del nostro odio e delle nostre rivendicazioni. Siamo oppressi e stanchi a causa della nostra incapacità ad affrontare la realtà di ogni giorno, con gioia nel cuore e pace nell’animo, pace a noi donata dal Risorto.

Siamo oppressi dalle nostre schiavitù e dalle schiavitù delle nostre società. Siamo stanchi di dovere continuamente misurare la nostra vita sui metri dell’economia e del guadagno che riusciamo a fare. Non ne possiamo più di essere carne da macello degli stravolgimenti dell’alta finanza o di gruppi di pressione mondiale che, col loro strapotere economico, provocano vere e proprie migrazioni di massa. Siamo stanchi di vedere gente che non vale nulla perché non valutata sul suo lavoro e perché dall’oggi al domani può perdere il suo lavoro. Non è cosa dei nostri tempi, è cosa che avviene da sempre.

Non possiamo non reagire di fronte a tante ingiustizie. Uno non può perdere la sua dignità a causa di una ragione economica o una ristrutturazione economica di un’azienda. Vale di più una persona di tutte le ristrutturazioni di questo mondo, anche se sono orientate, ma non è detto, a salvaguardare il lavoro. Dico che non è detto che questo sia vero perché il più delle volte è vero il fatto che conviene al capitale e all’economia. Troppi sono i fallimenti utili a chi il fallimento lo provoca, più che alla gente che si dice si vuole salvaguardare. Di fronte a tanta ingiustizia la domanda è d’obbligo: come possiamo reagire? Come possiamo fare? Di sicuro non possiamo non fare nulla. Ma che fare? La guerra, lo sappiamo, anche le guerre sociali, sono una avventura senza ritorno. Qualsiasi tipo di guerra, personale o sociale che sia. Ma allora, se non vogliamo guerreggiare e non vogliamo che l’ingiustizia possa continuare impunemente, che cosa possiamo fare?

Non fa parte molto della mia esperienza personale, ma sempre mi ha intrigato l’invito di Gesù ad essere come Lui: miti e umili di cuore.

Se vogliamo risollevare la pesantezza dei nostri cuori dalle guerre che continuamente ci sentiamo obbligati a mettere in moto, rispondiamo alle ingiustizie con mitezza e umiltà di cuore. Ci vuole coraggio, ci vuole fermezza, ci vuole lungimiranza per rispondere alla violenza con la pace tenace e ferma della verità. Non so quanto una persona possa resistere di fronte alla violenza senza rispondere alla violenza con la violenza, e non so neppure se sia possibile non rispondere alla violenza con la violenza. In certi casi sembra cosa improponibile. Eppure il Signore Gesù ci manda questo invito e ci dona questa sapienza. Sapienza da noi, almeno da me, poco compresa. Una sapienza che contempla l’esperienza della croce come risposta non violenta alla violenza. È la sapienza dei piccoli che oscura la saputelleria dei dotti e dei sapienti, cioè la nostra. È la sapienza degli agnelli di Dio che non si fanno lupi perché in mezzo ai lupi continuano nella loro identità cristiana di agnelli.

Mah, è poi così, Signore? So che così è come ci vuoi. So che le nostre stanchezze e le nostre pesantezze di vita, ce le costruiamo continuamente con le nostre dinamiche di vita e con i nostri cuori e le nostre mani, più abituati alla violenza che alla pace. Siamo oppressi da labbra impure che non conoscono né mitezza né umiltà.

Due atteggiamenti che reputiamo deboli e improponibili in una dinamica sociale come la nostra, in qualsiasi dinamica sociale. Eppure tu a questo ci inviti, se vogliamo ritrovare la pace dei cuori e la pace sociale, la pace mondiale e la pace fra i popoli. Ritrovare, dopo averla cercata per molto tempo invano, la nostra fedeltà a Cristo, passa sulla via della mitezza e dell’umiltà. Allora il giogo dell’amore e della condivisione, per noi che siamo spossati nelle nostre guerre quotidiane, sarà leggero e soave. Non tanto perché non serio e concreto, quanto perché frutto di un dono, quello della mitezza del Signore nostro Gesù, che dona pace ai nostri cuori, ristoro alle nostre braccia, forza alle nostre gambe spossate.

Accettiamo l’invito ad essere piccoli accogliendo il dono del “Venite a me, voi tutti che siete stanchi ed oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”.

I piccoli sono coloro che sanno condividere anziché accumulare, perché si fidano. Camminano leggeri e avendo poco da difendere sono liberi di accogliere e di vivere vita. Entreranno nella porta del Regno di Dio perché quella porta è visibile unicamente dal pertugio del cuore. Passerà colui e colei che avrà preso sulle spalle il giogo di Gesù, la sua vita – leggera – e la sua parola – dolce.

Dehoniani

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8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42

Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto

7 Marzo 2026 Luca 15, 1-3.11-32

L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi.

Dietrich Bonhoeffer

La paura di non essere amati ci spinge a non lasciare al padre il potere di farci sentire così e preferiamo non farci trovare più, lasciare il posto in cui ci si aspetta che restiamo. E, con il gesto più libero che abbia mai fatto, il fratello maggiore, che non ha mai chiesto nulla, confessa il suo bisogno di essere amato allo stesso modo, e si arrende alla ricchezza umana del suo limite, come se stesse dicendo al padre “vienimi a cercare, anch’io voglio essere trovato”. E Lui viene a cercarci e ci chiama figli, ci invita a rallegrarci e a ringraziare con Lui.

C. Bruno

6 Marzo 2026 Matteo 21, 33-43.45-46

Invano l’uomo tende a ridurre la vigna a un suo possesso e a considerarla una sua costruzione. Nascono Stati, Chiese intorno a quella vigna, ma essa sfugge ad ogni recinto, e si posiziona nuovamente dentro ad ogni uomo che si mette in viaggio verso Se Stesso.

E. Avveduto

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