29 aprile 2021 Matteo 11, 25-30

Giovanni Nicoli | 29 Aprile 2021

Matteo 11, 25-30

In quel tempo Gesù disse:

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” dice Pietro a Gesù. “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16, 17), gli risponde Gesù.

La rivelazione del Figlio, del Padre e dello Spirito santo è un dono, non può essere conquistata da noi. È la Trinità che si manifesta e dona, non siamo noi a conquistare questa conoscenza con i nostri sforzi mentali e sentimentali. Anzi, ai sapienti e agli intelligenti tutto questo è precluso. Ed è precluso per i sapienti e gli intelligenti perché si ritengono autosufficienti, non sono disponibili a lasciarsi amare, non accettano di ricevere: loro conquistano Dio, non si lasciano conquistare da Lui.

Noi siamo come dei bambini: i genitori si rivelano a noi e noi li conosciamo e li riconosciamo nella misura in cui loro ci amano e nella misura in cui noi ci lasciamo amare. Non possiamo essere noi a conquistarci questo amore. Quando un bimbo deve conquistarsi l’amore dei genitori cresce, se riesce, con delle tare, qualcosa non ha funzionato, non è nella natura delle cose.

I piccoli, la gente semplice, sono appunto coloro che sanno che tutto viene dal Padre, per il Figlio, nello Spirito e si lasciano conquistare da questo amore, si lasciamo coccolare dalla Trinità che li prende per mano e li coccola fra le sue braccia:

“Quando Israele era giovinetto io l’ho amato (…)

Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano (…).

Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore;

ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia;

mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Osea 11, 1-4).

Per questo essi sono disponibili a ricevere il dono, non sono chiusi nella loro sapienza.

Il nostro destino è più sublime di ogni immaginazione e ci dà una dignità infinita. Siamo preziosi agli occhi di Dio e degni di stima, perché ci ama. Il Padre ci ama di amore unico e totale, come il Figlio. Il Figlio ci ama con lo stesso amore del Padre.

Dio ci ha creati: vedendo in sé la propria immagine, se ne è innamorato. Ci ama di amore eterno e desidera che lo possiamo amare con lo stesso amore e unirci a Lui.

L’uomo è assetato ed infelice fino a quando non raggiunge la sorgente da cui è scaturito. Per questo s. Agostino dice: “Ci hai fatti per te, Signore; ed è inquieto il nostro cuore, fin che non riposa in te”.

A partire da questo suo amore, amore che anche s. Francesco a un certo punto della sua vita ha scoperto, il Signore ci attrae: Venite! Ci invita con la Parola dopo averci invitati con l’amore. Noi di solito invitiamo o obblighiamo con la Parola e poi, se va bene, facciamo seguire l’amore, altrimenti neppure dopo vi è amore. Prima l’amore e poi la parola. Ma non abbiamo tempo, non possiamo aspettare, dobbiamo correre da un’altra parte: prima l’amore e poi la parola. Rallentiamo i ritmi, abbassiamo i rumori, spegniamo il bisogno del risultato, spegniamo le luci, non facciamoci un orario troppo stretto, creiamoci spazi di libertà: creeremo il retroterra che ci permette, se vogliamo, di: prima l’amore e poi la parola.

È inutile affaticarci sotto il peso della legge e di quello che dobbiamo e dovremmo fare: siamo schiavi ed oppressi. Lasciamoci ristorare, cioè liberare, dall’amore del Cristo che ci invita a liberarci dal giogo della legge. Povero cristianesimo il nostro. Tradimento del cristianesimo quello che ci hanno insegnato. Religione e non fede quella che noi preti predichiamo. Accozzaglia moralistica di comportamenti quella che riusciamo ad arrabattare.

“Ora invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e i profeti, giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Gesù Cristo” (Rm 3, 21-24).

Dunque qual è questo giogo che il Signore, nell’accoglierci affaticati e oppressi e per ristorarci desidera che noi accogliamo e prendiamo sopra di noi? È il giogo dell’amore, è il giogo della giustificazione gratuita che lui ci offre. Questo giogo è dolce e leggero perché: ‘ndu l’amur al ghè, la gamba la tira ‘l pè (dove l’amore c’è la gamba tira il piede). Le cose fatte per forza non valgono una scorza. Si prendono più mosche con una goccia di miele che con un litro di aceto.

Questi proverbi popolari dovrebbero aiutarci oggi a comprendere innanzitutto come il Signore ci ama e ci vuole a sé liberi: non gli interessa di avere gente costretta, lui vuole il nostro cuore. Dovrebbero aiutarci a comprendere come l’amore nei nostri rapporti paga molto di più dell’acidità che normalmente noi utilizziamo. Forse ci perdiamo del tempo e dei soldi, ma diventiamo più ricchi nel cuore. A che serve conquistare il mondo intero se poi perdi la tua vita? A che ti serve avere molte cose se poi sei triste e depresso e schiacciato dal lavoro? A che ti serve cercare di avere sempre di più se poi perdi l’amore dei tuoi? Se perdi gli amici?

Madonna povertà, fonte di ogni libertà e felicità, ci aiuti a crescere nella scelta e nella convinzione di accoglienza del carico leggero e dolce che è l’amore del Cristo accolto e donato nel piccolo quotidiano.

Per questo anche noi diciamo con Cristo: Ti benedico o Padre!

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