Matteo 11, 25-30
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Per potere suonare uno spartito di musica è importante imparare bene a maneggiare lo strumento; sono necessarie ore e anni di esercitazione per potere imparare a suonare e a conoscere uno strumento. È necessario inoltre conoscere lo spartito, imparare la parte, entrare nel cuore di quel pezzo di musica.
Tutto questo molti di noi lo fanno, anche se non tutti, ma tutto questo non basta.
Nel momento in cui devi eseguire quel pezzo devi dimenticare tutto e ascoltare il battito di quello spartito nel tuo cuore. Solo se lo lasci risuonare dentro di te puoi entrare nello spirito di quello spartito e cogliere la genialità di chi lo ha scritto. Se riesci a fare questo, e non sempre ci riusciamo, allora puoi giungere ad essere fedele a quella musica nella genialità e nella invenzione. Così e solo così vi potrà essere una esecuzione che coinvolge coloro che ascoltano i quali sentiranno di potere volare con le tue mani, sulla tastiera che tu giochi, che tu suoni.
Pensiamo cosa è stato lo spartito della povertà evangelica per san Francesco che oggi ci ricorda questa dinamica di vita
Questa è la sapienza di Dio. Ha inventato una musica impareggiabile per il creato: la musica dell’amore. Noi, se vogliamo, dobbiamo imparare a suonare lo strumento della nostra vita fisica e spirituale. Siamo inoltre chiamati ad imparare lo spartito che il Signore ha scritto per noi e per l’umanità, che ci ha scritto sulla Sacra Scrittura. Ma poi siamo chiamati a dimenticare tutto, lasciando che lo Spirito soffi su di noi e le nostre mani corrano sulla tastiera non secondo le regole da noi imparate, ma secondo quello che batte nel nostro cuore.
Ciò che noi siamo chiamati a fare é fare unità tra lo spirito di Dio che ha scritto e suonato la partitura dell’amore e lo spirito che Dio ha soffiato in noi. Facendo unità emergerà la suonata dell’amore: questo è anche ciò che san Francesco ci ricorda con la sua vita.
Così è per la nostra esistenza. Ascoltiamo continuamente la Parola del Signore; la conosciamo, la impariamo a memoria, ma non la lasciamo calare dentro di noi fino quasi a dimenticarcene. Nel momento in cui dimentichiamo la Parola e dimentichiamo noi stessi, allora può nascere un capolavoro di Dio. Così come è nato e cresciuto fino ad annullarsi san Francesco, di cui oggi celebriamo la festa.
Dimenticare noi stessi significa dimenticare le nostre ragioni, il nostro buon senso, il nostro bisogno di prevaricazione che ci porta a fare dei giochetti di manipolazione per avere più consensi e averla vinta sul fratello.
Il risultato di questo è sotto i nostri occhi. Anziché suonare lo spartito di Dio suoniamo lo spartito della nostra insensatezza che noi, ne siamo convinti, crediamo saggezza. Per suonare questo pezzo è necessario mettere in disparte lo spartito di Dio. Suonare uno spartito obsoleto e arido, uno spartito che non apre alla vita e non coinvolge il fratello per il bene ma per l’arrivismo e porta con sé un solo risultato: “l’essere stanchi ed oppressi”. Sì perché i risultati sono disastrosi nonostante il fatto che noi ci arrabattiamo dalla mattina alla sera. Il nostro correre è un rincorre cose vacue che succhiano la vita, certamente non ne danno.
Abbandonare la insensatezza umana per accogliere lo spartito di Dio della saggezza divina, significa rimettere in moto il nostro cuore e la nostra vita tutta. Significa abbandonare il bisogno che noi abbiamo di evidenziare le nostre ragioni e di ottenere riconoscimenti. Significa ricominciare a suonare la musica di Dio, che poi è la nostra.
Accogliere il giogo significa solo una cosa: abbandonare quello stile che crediamo furbo e accogliere quello stile che furbo realmente è. E cominciare di nuovo a suonare, suonare con il cuore, suonare una musica vera e bella e buona.
È fatica? Sì! Ma è fatica vera. È fatica che ristora, è fatica che risolleva, è fatica che dona saggezza al nostro esistere e al nostro agire.
Allora il giogo dell’amore e della sapienza divina diventa un canto, un cantico delle creature, un canto dove il cantus firmus è il cantus di Dio e del suo amore per l’umanità. Questa melodia di base sulla quale possiamo suonare e cantare la vita con creatività. È la melodia di fondo della piccolezza del Regno, dell’umiltà, dell’insipienza umana, della sapienza di Dio. Tutto è riportato ad uno: il canto dell’amore. E su quell’uno tutti possiamo suonare con passione e con umiltà, il canto della nostra esistenza. Un’esistenza non più dispersa in mille rivoli, ma un’esistenza che saltella da una roccia all’altra come fresca acqua di torrente, sapendo che comunque tutti i fiumi prima o poi giungono al mare, al mare dell’amore di Dio per l’umanità tutta.
Io sono piccolo, fragile, indifeso. Posso sbagliare, commettere errori, anche per ingenuità, leggerezza. Allora, prendo tutto me stesso e mi abbandono all’universale fluire delle cose, perché in fondo sono solo un minuscolo granello dell’universo. Affido a Dio queste mie paure. E se davanti alla sua onnipotenza, riesco a riconoscere la mia infinita piccolezza, cosa mai può essere la mia ansia, o la mia paura del futuro, cosa potrà mai farmi la sofferenza?
Giovanni Allevi
Se la nostra vita spirituale è pesante, forse vuol dire che non la stiamo vivendo nella relazione con Gesù, ma nella ricerca esasperata di una spiegazione. A fare i sapienti ci si stanca! Se siamo umili invece viviamo nella leggerezza di chi si sente affidato a un Altro.
Piccolo
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9 Marzo 2026 Luca 4, 24-30
Le chiusure mentali più difficili da demolire ce le hanno coloro che pensano di essere i più vicini, cioè quelli che pensano di aver capito tutto e di avere tutto sotto controllo. A una persona che è convinta non si riesce nemmeno a parlarle fino in fondo perché il suo ascolto è occluso dalla sua convinzione.
M. Epicoco
Il ritenere tutto come ovvio finisce per non far riconoscere ciò che di diverso pure sta già germogliando, la familiarità finisce per dare tutto per scontato, l’abitudine finisce per leggere ogni cosa solo come stanca ripetizione di un passato senza sbocchi.
A. Savone
8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42
Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto
7 Marzo 2026 Luca 15, 1-3.11-32
L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi.
Dietrich Bonhoeffer
La paura di non essere amati ci spinge a non lasciare al padre il potere di farci sentire così e preferiamo non farci trovare più, lasciare il posto in cui ci si aspetta che restiamo. E, con il gesto più libero che abbia mai fatto, il fratello maggiore, che non ha mai chiesto nulla, confessa il suo bisogno di essere amato allo stesso modo, e si arrende alla ricchezza umana del suo limite, come se stesse dicendo al padre “vienimi a cercare, anch’io voglio essere trovato”. E Lui viene a cercarci e ci chiama figli, ci invita a rallegrarci e a ringraziare con Lui.
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Giovanni Nicoli | 4 Ottobre 2025