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11 dicembre 2019 Matteo 11, 28-30

Giovanni Nicoli | 11 Dicembre 2019

Matteo 11, 28-30

In quel tempo, Gesù disse:

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Se pensiamo al resto di Israele, quel resto che tante volte noi pensiamo di essere perché apparteniamo al Cammino Neocatecumenale o a Romena o a qualche comunità particolare, spesso noi pensiamo ad un club di privilegiati. Quanto dico non è un giudizio su questa o quella realtà, è un dato che spesso si incontra in questa o quella realtà che mantiene la sua carica carismatica che spesso è usata per coprire proprie insicurezze o desideri di certezze di ogni genere o tipo.

Il resto di Israele, cioè noi, vissuto come club privato di privilegiati, è la negazione del resto di Israele vissuto come lievito. Molte nostre riflessioni sulla chiesa attuale che non è più quella di una volta, grazie a Dio, sono più riflessioni che denotano non un desiderio di essere lievito che si perde nella pasta per fare lievitare tutta la pasta del mondo, ma una categoria dove noi ci dobbiamo difendere dal mondo e recuperare le posizioni perse di potere. Noi perdiamo il nostro senso di essere perché anziché essere resto di Israele, cioè lievito che fa lievitare la pasta, noi siamo lievito che punta il dito contro la pasta: non ha più senso il nostro essere lievito.

Così ci fidiamo, quando non lo diventiamo, dei profeti ruffiani che cercano e predicano un Dio che è idolo da usare per evitare la nostra chiamata ad essere lievito. Profeti ruffiani sono venditori di dei che imboniscono la folla e vendono ciò che soddisfa i propri bisogni, i bisogni, più o meno reali, dei consumatori. E Dio ritorna ad essere il vitello d’oro! Bello, spendibile sul mercato delle merci di grazie, gestibile da noi. L’idolo è un dio da manipolare con la preghiera che diventa luogo e tempo di compravendita, come i mercanti al tempio. La preghiera per noi profeti ruffiani, non è più luogo di amore e di incontro con il Padre Nostro che è nei cieli.

Un’ultima caratteristica è data dal fatto che le profezie ruffiane hanno successo! Questo le rende ancor più ingannevoli.

Gesù desidera invece introdurci nella vita della Trinità. Una rivelazione sublime rivelata ai semplici, ai piccoli, agli infanti, a coloro che non conoscono la legge, vale a dire ai figli! A noi viene promesso lo Spirito che è vita di Dio, che è libertà non legge fatta di prescrizioni. È la libertà dell’amore che è tutt’altra cosa dalla legge del piccolo resto.

Venite a me voi tutti, nessuno escluso, è una chiamata, una vocazione, un invito di Gesù. Nessuno può essere escluso da questa chiamata.

Gesù è la bontà e la bontà è di per sé espansiva nel senso bello del termine. Non la si vede ma la si sente; non la si definisce ma la si percepisce; non la si regola ma vive; non la si inscatola ma fa crescere la vita giorno per giorno, senza scossoni e senza pretese. Per questo tale grazia, che è la vita della Madre in noi, non può essere cosa da piccolo resto. È cosa da piccolo resto a servizio del mondo come il lievito è a servizio della pasta. Non ce ne vuole molto, ma quel poco deve essere roba buona, andata a male, disponibile a disperdersi e a non fare gruppo o casta. Tale realtà evangelica che non è roba da venditori di fumo, da profeti ruffiani siano essi religiosi o politici poco importa, è vita per tutti, nessuno escluso perché il Padre ha mandato suo Figlio perché nessuno si perda ma tutti siano salvati ritornando a vita nuova.

Quando noi facciamo i dotti e i sapienti, ben difesi e arroccati in noi stessi, noi non possiamo accogliere una tale chiamata. Questo dono del giogo nuovo che non è la legge ma è l’amore; questo dono del giogo nuovo dove non ci si trova da soli, il giogo è un doppio e l’altro che tira la carretta con noi è Gesù; questo giogo è cosa da chiedere col cuore in ogni momento della giornata, a mattina, a mezzogiorno e a sera. Questo giogo è gioco di amore che non è cosa dovuta ma è cosa vissuta, ricevuta e donata. Questo giogo è la volontà del Padre accolta e non ostacolata; è ascolto del suo invito al “venite a me” e dunque accoglienza dello stesso invito.

Così non si banalizza la vita ma la si prende sul serio in modo naturale, umano e divino allo stesso tempo. Questo brano ci invita a passare dalla Legge al Vangelo, dal giogo del dovere che ci affatica e ci opprime al giogo dell’amore che è liberazione e condivisione. È passaggio dalla Promessa allo Spirito che soffia dove vuole e non sai di dove viene né dove vada, ma sai che è soffio di amore che ti prende sulle sue ali per ritornare a camminare, perché ti fa ritornare ad amare.

Non più ti senti dire dai falsi profeti, gente da antico testamento e non da Vangelo, se fai questo sbagli e perdi la vita e quindi la perdi sempre e comunque perché sei peccatore; ma accogli l’invito a passare la barricata dietro cui farisaicamente ci barrichiamo con l’aiuto dei profeti ruffiani, a tuffarti nell’amore che ti fa vivere la pienezza della vita e quindi l’emancipazione dalla legge per giocarti nella libertà.

È in fondo una chiamata a passare dalla religiosità alla fede, dal dovere difendere la cittadella costruita al vivere semplicemente l’essere cristiani, figli dello stesso Padre, fratelli grazie alla stessa Madre.

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