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20 luglio 2019 Matteo 12, 14-21

Giovanni Nicoli | 20 Luglio 2019

Matteo 12, 14-21

In quel tempo, i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:

«Ecco il mio servo, che io ho scelto;
il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annuncerà alle nazioni la giustizia.
Non contesterà né griderà
né si udrà nelle piazze la sua voce.
Non spezzerà una canna già incrinata,
non spegnerà una fiamma smorta,
finché non abbia fatto trionfare la giustizia;
nel suo nome spereranno le nazioni».

Siamo al vertice del fallimento di Gesù nella sua presenza su questa terra. Entrando nella sua presenza fallimentare incontriamo un suo modo di viverla che ci stupisce ma che, allo stesso tempo, forse ci è di aiuto per le nostre esperienze fallimentari.

Sono convinto che il grande fallimento della nostra società di vecchi sia dato dal fatto che non sappiamo più amare né giovani né bimbi. Magari i bimbi sono ancora attesi dalla marea di nonni che grazie a Dio esistono. I giovani no. Ma questo non basta. Forse questi nonni che salvano i bimbi sono ancora segno di una crisi dove i genitori non sanno più amare i bimbi.

La nostra grande risposta a queste crisi non è l’amore ma i servizi sociali dove i bimbi vengono usati come carne da macello da dividere tra chi non è più riconosciuto né madre né padre e chi cerca di mettere a disposizione il suo tempo perché questo bimbo possa ricevere un po’ di affetto. Non mi può interessare il fatto che i servizi sociali sono riconosciuti dalla legge, quella legge malvagia e perversa che uccide l’innocente e salva il ricco, è solo una longa manus della nostra incapacità di amare. Questa legge malvagia cosa riesce a fare? A fare il passamano: questi piccoli diventano qualcosa da passare da una mano all’altra con tempi eterni e avvocati infiniti, dove il punto non è il bene del bimbo ma il rispetto di questa maledetta legge.  Meno male che ci sono i nonni, quando ci sono!

            Dicevamo che Gesù sperimenta il fallimento su tutti i fronti. È un momento di crisi, cosa che si ripete nella storia. Ma questa crisi è vissuta da Gesù come adempimento. Le cose non vanno, come reagisco di fronte a queste cose che non vanno? Alzando la voce, alzando i toni della polemica, anticipando l’azione malvagia prima che la facciano gli altri perché la miglior difesa è l’attacco.

Il silenzio e il ritiro di Gesù è l’apice del suo fallimento che lo porta ad una vetta per noi impensabile. Così realizza il Regno, nel suo fallimento, nel fallimento della croce, sapienza di Dio molto diversa dalla nostra sapienza schiava di risultati e di cose che vanno bene. La risposta di Gesù è la vita che va bene, non le cose.

Gesù non entra in competizione col male, lo accoglie in sé. Gesù spegne la violenza non la fa diventare sua per prevalere. Sapeva che i suoi avversari erano perversi e lo avrebbero trattato da pazzo, persino i suoi sono andati a prenderlo convinti che fosse fuori di sé.

Di fronte a questa perversione Gesù non si organizza, non combatte l’iniquità dei suoi avversari, perché noi siamo i buoni.  La sua strategia è di vincere il male col bene, semplicemente. Lui non resiste al malvagio, resiste invece alla tentazione di fare il male, che è tutto un altro paio di maniche. Noi resistiamo al malvagio cadendo nella stessa tentazione e utilizzando gli stessi mezzi malvagi del malvagio, Lui no, Lui si ritira.

Si ritira e guarì tutti, Lui, curò, ebbe cura, usa la cura non cedendo alla tentazione malvagia della malvagità. Lui cura tutti non rispondendo al male col male, non alzando la voce con la convinzione che chi urla di più ha ragione e ottiene più audience. Così Lui si avvicina ad ogni malato; si prende cura di ogni bimbo abbandonato; pone attenzione ad un mondo adolescenziale sempre più solo e abbandonato perché fa paura a questa società pseudo adulta e adolescente per sempre. La sua passione e la sua inattività sono la cura per tutti. Non fa il male e non diventa male, ma continua ad essere bene in mezzo al fallimento e al male dei suoi nemici.

Gesù dunque cura non litigando, non raddoppiando il male rispondendo al male col male. Lui è Agnello in mezzo ai lupi che ha la forza di portare il male su di sé, con la forza di uno che fa ciò che dice. Vince il male con la forza del bene perché Lui è più forte del male. Talmente forte da porgere l’altra guancia a chi lo percuote.

Lui non grida, non gli interessa affermarsi grazie al grido. Lui esiste anche se non grida. Non gli interessa gridare anche senza sapere cosa si dice. Lui è Parola di verità, silenziosa ma presente nell’amore. Non è interessato né a microfoni, né a telecamere e neppure a social dove apparire.

È interessato ad amare l’uomo e la vita e, pur nel fallimento, mantiene questo interesse al centro del suo cuore, come unico tesoro della sua presenza fra di noi.

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