In quel tempo, alcuni scribi e farisei dissero a Gesù: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno».
Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!».
Il segno di Giona che sta tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, è profezia del Figlio dell’uomo che entrerà nel sepolcro per tre giorni e tre notti.
Il male provoca, che letteralmente significa chiamare fuori, ciò che c’è dentro. In noi provoca altro male e restituiamo moltiplicato quello che abbiamo ricevuto; in Dio provoca il suo amore incondizionato che dà la vita a chi gliela toglie. È il mistero della espiazione di Gesù e della sua morte in croce per noi.
Gesù è vittima di espiazione per i nostri peccati. Il peccato, è inciampo sul nostro cammino nel metterci in rapporto con Dio; è un volere mettersi al posto di Dio; è un rifiutare l’amore di Dio.
Quando uno rifiuta l’amore si chiude. Nasce l’amaro in bocca, la delusione, il pregiudizio nei confronti dell’altro/Altro.
Gesù, che ha dato tutto se stesso per noi, non viene accolto: la luce viene rifiutata. La delusione di Gesù doveva essere palpabile. L’amaro che il rifiuto dei suoi gli lasciava doveva essere evidente.
La risposta di Gesù non si fa attendere: è una risposta d’amore. Non si lascia coinvolgere nel circolo del male: risponde con amore! Non molla fino a dare la vita ribadendo che quello che vale di più di tutto, è l’amore dato per i fratelli.
Quando noi rimaniamo delusi perché incompresi in una nostra affermazione o in una nostra azione di amore, comincia in noi un vortice di pensieri e di sentimenti. Continuiamo a pensare a quanto successo, cerchiamo tutte le ragioni di questo mondo per affermare che abbiamo ragione e che l’altro ha torto.
Il nostro amaro in bocca chiede vendetta e la vendetta è l’allontanamento dall’altro fino a che lui non avrà riconosciuto i suoi torti e noi finalmente non avremo ricevuto soddisfazione per l’affronto ricevuto. Abbiamo dato amore e guarda come veniamo ripagati. La nostra delusione è cosa lampante.
Amaro e delusione giustificano il nostro pregiudizio: non si può voler bene, l’altro prima o poi ti frega. Il vortice del male ci travolge e ci toglie la pace. Il nostro sentimento ci sovrasta e ci schiavizza. Il nostro desiderio non ha più alcun ambito dove potersi manifestare.
Fare questo gesto, il più delle volte in modo inconscio, significa mettere al centro della nostra relazione con l’altro e con Dio, la parte più debole di noi, la meno veritiera.
Mettere al centro della nostra relazione le nostre ragioni e le nostre delusioni, con tutto il vortice di pensieri e di sentimenti che si porta con sé, significa non avere via di scampo: non potremo fare nessun passo in avanti.
In questo modo non si risolve nulla. Solo rimettendo al centro l’amore e la scelta di amore per l’altro, noi potremo risolvere i nostri problemi. Rimettendo al centro: io ti voglio bene, noi ci liberiamo dalla schiavitù del vortice di pensieri e di sentimenti che ci travolge. Noi li pensiamo giusti e non ci accorgiamo che invece ci allontanano dal nostro desiderio profondo: quello di volere bene all’altro.
È difficile fare questo passo, non ci viene spontaneo, ma è quello di cui abbiamo bisogno ed è quello che Gesù ci ha insegnato e testimoniato con la sua esperienza di vita. Non si è fatto travolgere dalla delusione ma ha portato fino in fondo il suo desiderio di amore.
Rimettendo al centro l’amore non si dimenticano i problemi, le delusioni, le sconfitte, ma ci si mette in posizione di vantaggio. Solo riscegliendo di amare noi diventiamo capaci di vedere i problemi, di affrontarli come qualcosa da risolvere. Solo così troviamo la forza per non lasciarci travolgere. Solo così diveniamo liberi, perché la verità vi farà liberi: è difficile è vero, ma ne vale la pena!
Fare questo non significa essere super uomini, ma significa chiamare la nostra capacità e la nostra incapacità di amare col suo nome, senza tanti fronzoli e scandali. Ciò significa che ameremo fino dove riusciremo e dove non riusciremo diremo che non ce la facciamo, non inventeremo un sacco di scuse per nasconderci la verità e per cercare soddisfazione al nostro orgoglio ferito.
Ricercheremo Lui che è l’amore come centro della nostra relazione: riconosceremo questo amore come l’unica possibilità di salvezza per noi e per l’altro. E anche qui i nostri limiti non saranno altro che occasione di amore.
La ricerca di segni, di segnali, di prove, di conferme non fa altro che rimandare all’infinito la capacità di accogliere i piccoli indizi della vita per potersi esimere dall’impegno di rispondere con generosità e senza scaricare sugli altri la responsabilità della propria mancanza di adesione alle esigenze della conversione quotidiana verso il dono della propria vita.
Michael Davide Semeraro
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1 Aprile 2026 Matteo 26, 14-25
Non siamo diversi da Giuda: consegniamo il divino alla religione, non sappiamo guardare nei suoi occhi, non sappiano ospitare i suoi sogni, rifiutiamo il giogo della sua grazia, diffidiamo delle sue vie, non vogliamo accoglierlo dentro la nostra carne, scegliamo di essere polvere tranquilla che diffida del suo alito di vita eterna. Allora lo cediamo al sistema religioso perché se ne prenda cura al posto nostro.
E. Avveduto
Non si tradisce all’improvviso.
Si inizia quando si smette di custodire ciò che conta.
Quando l’amore diventa secondario.
Quando scegliamo noi stessi – la sicurezza, il vantaggio,
la paura – al posto della relazione, della fedeltà, del rischio.
F. Tesser
31 Marzo 2026 Giovanni 13, 21-33.36-38
Giuda, fratello mio…
Ci sono solitudini che fanno rumore.
La tua, Giuda, no.
La tua cade in silenzio, come una moneta sul fondo del mondo.
E io ti penso lì, fratello smarrito, ultimo tra gli ultimi,
con addosso non il peccato — che pure gli uomini adorano contare — ma il dolore.
Quel dolore che spacca il fiato, che toglie il nome alle cose,
che fa della notte una stanza senza porte.
Ti hanno lasciato addosso il marchio del gesto, e si sono dimenticati dell’abisso.
Si sono fermati al bacio, e non hanno visto la ferita.
Hanno contato i denari, e non hanno contato le lacrime.
Ma io, stasera, se potessi, verrei a cercarti.
Non per assolverti come fanno i giusti.
Non per spiegarti, che certe anime non si spiegano.
Solo per sedermi accanto. Solo per dirti: resta.
Ancora un momento. Non andare così lontano dentro il tuo buio.
L. Santopaolo
30 Marzo 2026 Giovanni 12, 1-11
Noi vorremmo provare a entrare in questa settimana Santa accompagnati dal profumo del nardo di Maria, dall’immagine di questo aroma che si espande fino ad arrivare addirittura sotto la croce. Sarà questo il modo migliore per tenere lontane le continue immagini di morte che ci vorrebbero distogliere dal profumo della vita che Cristo ci è venuto a donare con la sua Risurrezione.
Dehoniani
Hanno deciso la tua morte, ma io ti profumo con ciò che fa vivere, l’hai insegnato Tu che l’amore fa esistere.
Tu ci hai riempito d’amore. Ci ami troppo, piccoli e peccatori come siamo, e io ti ricambio con questo troppo di profumo.
Ermes Ronchi
Giovanni Nicoli | 24 Luglio 2023