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21 novembre 2019 Matteo 12, 46-50

Giovanni Nicoli | 21 Novembre 2019

Matteo 12, 46-50

In quel tempo, mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli.

Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti».
Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».

Non so che pensare, di fronte all’assurdità e alla bellezza della famiglia. Marco e Luca dicono, riportando lo stesso episodio, che Gesù era ritenuto pazzo. Matteo ci dice che i suoi, sua madre e i suoi fratelli, volevano parlare con Lui.

Tua madre e i tuoi fratelli, qualcuno dice a Gesù, cercano di parlarti. Mia madre e i miei fratelli, dice Gesù, sono miei, ma chi sono? Eccoli qui davanti a me, i miei fratelli e mia madre. Per bene cinque volte, in queste poche righe, ritorna questo ritornello. Ritornello che alla quinta volta aggiunge anche sorella.

Il Creatore ha fatto il creato in 5 giorni. Il sesto giorno ha creato l’uomo o si è riposato? A volte mi pare che l’uomo sia stato creato da Satana per distruggere il Creato, più che dal Padre. Cosa vediamo nelle nostre famiglie, se non divisione e distruzione? Due fidanzati, durante un corso, stavano seduti sul divano di casa nostra, l’uno accanto all’altro, ognuno col suo telefonino, senza mai parlarsi fra di loro. C’è solo da sperare che si mandassero messaggi fra di loro.

Sembra che non vi sia più spazio per lo sguardo, sembra che non vi sia più spazio per essere né madri né padri, tantomeno figli. Forse noi abbiamo paura degli extra comunitari perché loro hanno più vita, loro fanno figli che sono il futuro. Ma anche lì, quanta violenza e quanta sopraffazione. È ancora possibile la convivenza, è ancora possibile la famiglia?

Sentivo ieri sera un padre che diceva che lui educa i suoi figli ai valori della famiglia, della fede, della giusta relazione fra uomo e donna. Terminava il suo discorso dicendo che lui non ne vuole sapere dei gay ma preferirebbe che suo figlio fosse gay piuttosto che comunista.

Dio ci invita ad essere sua famiglia, ad entrare nella dinamica della Trinità, ma è ancora possibile? Noi siamo chiamati a fare parte della famiglia di Dio, della Trinità. Siamo madre, sorelle e fratelli di Gesù: questa è la sorpresa, questa è la chiamata. Ma abbiamo ancora cuore per accogliere una tale chiamata? Abbiamo ancora orecchie per udire questo dono?

Dice il salmo 133: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme! È come olio profumato sul capo, che scende sulla barba, sulla barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste. È come rugiada dell’Ermon, che scende sui monti di Sion”.

Che bello, ma quanto vero? Bello, ma possibile? Impossibile agli uomini ma non a Dio. E come è possibile a Dio se in noi non c’è spazio per questa possibilità?

Noi che non ci siamo così simpatici dal ritenere che lo stare insieme sia una cosa bella, che possiamo fare? Questa è la volontà del Padre, è una derivazione diretta della sua bontà, della sua bellezza, del suo stare insieme come Trinità, del suo amore per noi che è riflesso dell’amore della Trinità stessa.

A noi folla senza speranza Gesù rivolge questo richiamo oggi, ci dona la chiamata ad essere non più folla ma famiglia, persone. A noi Lui si rivolge perché possiamo dichiararci con Lui, figli dello stesso Padre e mandati della stessa Parola. Ci chiama ad essere persone, a non rimanere più folla ma a diventare popolo, famiglia.

La folla è qualcosa di anonimo dietro la quale nasconderci. Ma la folla non può rimanere mare di neutralità. La folla è il contrario del popolo, è il contrario della persona, è oceano dove possiamo non uscire con la propria responsabilità. Noi folla siamo chiamati a fare un passo diventando persona, persona responsabile di ciò che fa e dice. Rimanere folla è rimanere in quell’anonimato dove possiamo gridare “Crocifiggilo”; diventare persona significa scegliere se accoglierlo o se ucciderlo in noi oggi. Nei tanti piccoli che soffrono; di fronte ai tanti che muoiono di fame; di fronte alle violenze in famiglia; di fronte allo spirito omicida che ci pervade per mania di possesso; di fronte alla sarabanda di idee utili a non portarci a nulla.

 A noi oggi, che viviamo questa realtà, Gesù dice: “Chiunque fa la volontà del Padre mio è per me fratello, sorella e madre”. Scegliamo, nelle piccole o grandi cose, scegliamo. E che il dono della vita ci accompagni in quel piccolo sorriso di quel bimbo amato e coccolato.

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