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24 luglio 2019 Matteo 13, 1-9

Giovanni Nicoli | 24 Luglio 2019

Matteo 13, 1-9

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

E Gesù uscì a seminare! Gesù esce di casa, esce dalle mura domestiche, esce dalle sicurezze delle nostre chiese e delle nostre sacrestie. Gesù è l’uomo dell’aria aperta, è l’uomo del campo, è l’uomo della strada. Gesù, oserei dire, non è un uomo da tabernacolo, non è uomo religioso, Gesù è uomo di vita, è uomo contadino, è uomo seme, è uomo raccolto, è uomo di speranza.

Noi pensiamo al vangelo e alla vicenda nostra come religiosi, come ad una realtà che è o deve essere bella, che deve andare a finire bene e che deve svolgersi bene: pensiamo che questo modo di essere e di pensare sia un modo di speranza, in realtà è un modo disperante. Gesù esce di casa ed esce a seminare non perché va tutto bene, ma perché tutto deve essere rivolto al bene. Non cerca scorciatoie, non evita il male, non si lamenta di esso, non pensa alla schiavitù d’Egitto come ad un tempo in cui almeno si mangiava e un tempo dove pur stando peggio, eravamo schiavi, si stava meglio.

A Gesù non interessano scorciatoie. Sa che l’unico modo per vivere bene e vivere con speranza è quello di attraversare il male senza paura delle nostre debolezze. La morte va attraversata, non risolta. Non esiste il fine bello di tutto, esiste la vita vissuta bene con speranza. Una vita che non dipende dai risultati né tantomeno dai numeri. Una vita è vita, ciò che conta è se noi la viviamo oppure se preferiamo stare alla finestra a giudicarla.

Se vogliamo essere seminatori come Gesù che semina Lui stesso Parola di vita, dobbiamo cominciare a perdere interesse per le storie lineari, per le storie belle, semplicemente perché non esistono. La storia bella, la Buona Notizia, è vivere la vita come è fino in fondo: questa è speranza e questo è seme di Parola seminato nelle nostre giornate. Questa è speranza, non il risultato.

Le nostre letture della vita ci portano facilmente al pessimismo e invece di affrontare tale vicende, che possono essere dure, con speranza e dunque con vita noi cerchiamo delle scorciatoie. A me pare che tutti i nostri programmi e le nostre riforme siano dettate più da paure che da speranza, sono cosa da organizzazioni di qualsiasi genere piuttosto che una dinamica di vita da Regno, da Buona Notizia.

Il mistero della croce, la debolezza, la sconfitta di Dio nella vicenda di Gesù è voce di speranza. Per noi assurda, ma veritiera. È lì la forza della vita, è lì che possiamo scorgere la vittoria del bene. In quel seme di Parola caduto nel terreno della nostra giornata, che muore e germoglia.

Ogni vangelo, ogni giorno, è un seme, mai qualcosa di concluso magari a buon fine. La ricerca di questi finali buoni è l’inganno del male che ci porta a chiamare bene ciò che è male. Ciò che vale è che noi usciamo di casa per seminare e per accogliere il seme Gesù, tutto il resto è secondario. Non ci può interessare il risultato, è cosa infantile, ci deve interessare la dinamica di vita che si svolge nell’uscire per incontrare seme della Parola e terreno di vita.

È nel vivere la vita il seme della speranza, non nei risultati della stessa che ci possono essere come non essere. La vita evangelica, la vita del Regno, il vangelo stesso, non può essere un libro programmatico per avere dei risultati, questo è rendere la Buona Notizia un dato capitalistico negando la vita stessa.

La vita è cosa semplice: un seme seminato da un seminatore che esce di casa e vive la relazione col terreno della vita, sia esso buono oppure no! Ciò che interessa, ciò che ci parla, è il mistero della vita di Gesù, lo svolgersi della sua vicenda. Anche nella vicenda di Gesù sembra che il male vinca. Gesù incontra opposizioni e oppositori, vive ostilità continue, rischia il fallimento. Sembra che il male vinca e il bene perda. Ma è in questa realtà che Gesù esce a seminare non in altre. Non fa programmi come soluzione di vita, vive la vita e con essa si gioca: questo è il suo programma. I programmi hanno un loro senso, ma non daranno mai né speranza e neppure vita, anzi di solito seminano solo illusioni, se non sono espressione di vita.

Ascoltiamo oggi i passi di Gesù che esce di casa e si ferma in riva al mare seduto su di una barca. Ascoltiamo i passi del seminatore che incontra ogni terreno di vita, pur sapendo che alcuni renderanno e altri no. Ascoltiamo, vale a dire accogliamo, Gesù Seme che cade nel terreno della nostra giornata. Accogliamolo e viviamolo con quel dono di speranza che unico diventa vitale e cosa da vivere.

Chi ha orecchi ascolti, vale a dire ritorniamo a guardare e a vivere la vita con quella speranza che è dono e non illusione. Non ci interessano i paragoni; non ci interessa guardare il passato come tempo di nostalgia per giudicare il presente; non ci interessa neppure giudicare il presente come male o come tutto male. Ci interessa uscire di casa e seminare vita piena di speranza liberi dalla smania dei risultati. La vita non si misura, la vita la si vive!

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