Matteo 13, 1-9
 

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Gesù è il seminatore che esce di casa e si siede in riva al mare. E in questo sedersi in riva al mare c’è tutta la sua passione di seminagione. Gesù si siede in riva al mare e molta folla si raccoglie attorno a lui. Gesù si ritira con i suoi sulla barca della chiesa, non per fuggire, non per isolarsi ma per parlare alle folle che rimangono sulla spiaggia.

Parla di molte cose in parabole e semina.

            È lui che, vedendo le folle oppresse dalle difficoltà della vita, si commuove e va loro incontro annunciando la buona novella. Parla loro del regno di Dio che è vicino, anzi che è in mezzo a noi.

È lui che semina predicando la buona novella, guarendo i malati, scacciando i demoni, liberando i prigionieri, risuscitando alla vita, mondando i lebbrosi e i malati di AIDS: è lui che incontra tutti!

            Gesù esce nel mondo a seminare gettando la semente sia laddove produce frutto, sia laddove non vi è alcuna speranza umana. È la generosità dell’azione di Dio che emerge in questa parabola.

Dio che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, sui ricchi e sui poveri; lui che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, sui sani e sui malati. Anzi, lui che orienta la sua azione e la sua attenzione proprio a coloro che sono le pecore sperdute del popolo di Israele. Coloro che sono i peccatori, coloro che sono i malati, coloro che hanno bisogno del medico, coloro che riconoscono la propria cecità e la propria indegnità.

            L’atteggiamento centrale di questo brano evangelico, dicevo che è la generosità di Dio. Incontriamo un Dio che è felice di amare e di fare il bene. Un atteggiamento questo importantissimo per l’esistenza di ognuno di noi.

Riscoprire il gusto del fare il bene, la soddisfazione di potere amare qualcuno al di là di ogni interesse. Riscoprire questo gusto di fare il bene, è un tratto essenziale della nostra esistenza e del nostro essere cristiani. Il gusto di farlo, di farlo con generosità e di farlo bene.

Questo gusto nasce da una passione che supera la necessità di essere amati e va dritto al cuore del coraggio di amare. Questo tratto del credere sta proprio qui: nel gusto di darsi anziché quello di imporre la propria figura.

È la differenza che passa tra il pretendere dagli altri senza donare e il donare stesso. È, in altri termini, quando uno che entra in ufficio con la pretesa di essere salutato senza minimamente sforzarsi di salutare.

Amare e gustare l’amore è il vero credere perché nasce dall’esperienza dell’amore di Dio.

Questo amore non ha paura di perdonare e non ha paura di mostrare il proprio Dio penzoloni da una croce sanguinante.

            Il gusto dell’amare sta proprio nel trovare il gusto per le cose a cui riusciamo ad appassionarci. È il gusto per l’aiuto dato ad una persona, che non è lo scopo per cui amiamo ma è la carica che riceviamo dall’atto di amare.

Il gusto di amare ci richiama alla generosità, perché più lo gustiamo e più lo desideriamo. Più lo gustiamo e più impariamo a donarlo con libertà e gratuità.

Libertà e gratuità significa, in altri termini, accettare e desiderare di gettare il seme dell’annuncio, che è l’amore, anche su terreni non proprio fertili. È il gusto di amare che ci spinge ad amare contro ogni speranza, con gli occhi ben aperti sulla realtà, senza aspettarci indietro nulla, ma non per questo senza generosità.

Un amore generoso che stimola la fantasia nel rapporto educativo, nel rapporto a due, nel rapporto genitoriale, nel rapporto di lavoro.

Gesù, seminatore generoso, rendici generosi e facci gustare di nuovo la bellezza del donare seminando a piene mani, con speranza e fiducia, con generosità e gratuità!

Le nostre certezze non ci dispensano dalla fatica di interrogarci, dal timore di illuderci, dal bisogno di esaminarci con umiltà su quanto diciamo e su quanto operiamo ogni giorno.

La parabola fa parlare la vita. Per questo il Signore parla in parabole perché è la via dello svelamento vitale dove coloro che pensano di sapere pur vedendo non vedono e pur udendo non odono e non comprendono.

C.M. Martini

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13 Settembre 2026 Matteo 18, 21-35

«Il perdono non è un atto isolato della volontà: è il frutto di una conversione dello sguardo. Chi perdona davvero non è colui che decide di dimenticare il torto subito, ma colui che ha imparato a vedere il debitore come lo vede Dio: non come il suo nemico, ma come il fratello o la sorella perduti che attendono di essere ritrovati».
Romano Guardini
 
«Il punto centrale non è il debito del servo verso il suo compagno, né la durezza con cui lo tratta: il punto centrale è l’anteriorità del perdono ricevuto, che cambia tutto. Chi è stato perdonato vive in un mondo nuovo. Se non lo vive, è perché non ha ancora compreso che il perdono lo riguardava davvero».
Joachim Jeremias

12 Settembre 2026 Luca 6, 43-49

Pare che l’albero non possa far altro che produrre frutti in base alla propria natura e che l’uomo non possa far altro che esprimere con la bocca ciò che sovrabbonda dal proprio cuore, la costruzione di una casa solida ha come presupposto la fatica di scavare «molto profondo», per portare alla luce la roccia su cui poter poggiare le fondamenta.
Dehoniani
 
Abbiamo bisogno ogni giorno di bonificare il nostro cuore. Solo tale bonifica porta a potere costruire sulla roccia. 
Quella roccia che è Cristo nel quale sprofondiamo le fondamenta della casa della nostra esistenza.
 PG

11 Settembre 2026 Luca 6, 39-42

La cecità consiste nel non vedere i propri difetti e, al tempo stesso, nel pretendere di curare i difetti degli altri. Per poter aiutare concretamente l’altro, occorre fare la verità in se stessi. La libertà che nasce da questo “fare la verità”, è la condizione dell’autenticità del nostro intervento di aiuto presso l’altro. Altrimenti, vedere il difetto dell’altro e aiutarlo a disfarsene, diviene ciò che ci consente di non riconoscerlo in noi. E così restiamo ciechi e non liberi.
 L. Manicardi

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