Matteo 13, 18-23
 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

 

Il nostro rapporto con la Parola è una questione seria e importante per la nostra esistenza.

Essere ascoltatori distratti della Parola non ci è utile. Mi capita di vedere cristiani che in chiesa magari sono attenti a ciò che il prete dice, ed è già una bella cosa, ma spesso non vedo la stessa attenzione nei confronti della Parola proclamata. Quando si proclama la Parola sembra più il tempo dei ritardatari, oppure il tempo delle ultime chiacchiere. Così, spesso, si vede il libro della Parola, il lezionario, messo da ogni parte e chiuso subito dopo la proclamazione come a dire: anche questa è fatta, procediamo. E chiudiamo noi stessi alla Parola proclamata e incarnata. Il libro della Parola dovrebbe essere trattato con la stessa cura e la stessa attenzione che usiamo per il Pane Eucaristico. Ma è difficile cogliere l’importanza per questo perché per troppi secoli nella nostra chiesa la Parola scritta, letta e incarnata non ha avuto il posto dovuto. Spesso era addirittura proibita la sua lettura e i preti stessi non ce ne capivano più di tanto. È incarnata in noi, popolo cristiano, questa modalità non adeguata di trattare la Parola.

Il vangelo di quest’oggi ci invita a non fermarci all’ascolto e all’accoglienza della Parola.

Il solo ascolto senza la comprensione non ci giova. La Parola non è una parola magica che opera dentro di noi senza la nostra adesione libera alla stessa. La Parola opera in modo potente in un cuore attento, in una persona che ha cura della stessa, in un cristiano che, amando la Parola ascoltata e accolta, cerca di comprenderla. Sappiamo che è facile non comprendere; è cosa che avviene nella nostra esistenza il dire che la Parola è difficile e usare questo motivo per non confrontarci con lei quotidianamente.

Ascolto e comprensione della Parola è uno dei compiti più importanti del cristiano, più importanti dei dieci comandamenti perché la Parola è più grande, più vasta, più completa dei comandamenti che sono in essa contenuti.

Anche l’accoglienza della Parola è passo importante per relazionarci con questa parte di Vita essenziale alla nostra vita. Ma non possiamo accoglierla con un semplice entusiasmo che poi lascia il tempo che trova. L’incontro con la Parola non è incontro di un momento da dimenticare appena usciti di casa o di chiesa. L’incontro con la Parola è bacio vitale da portare in nostra compagnia per tutta la nostra giornata.

Per ascoltare la Parola e potere portare frutto, è necessario comprenderla accogliendola e amandola. Ma la Parola ha un’altra caratteristica per la completezza della sua comprensione ed è il rapporto che instaura con la vita. La verità della Parola è verità scritta. Ma fino a che rimane scritta non diventa vita. La Parola va proclamata, ma anche questo non basta. La Parola va accolta e compresa. Ma la comprensione completa della Parola passa attraverso l’esperienza della incarnazione. Gesù è Parola Incarnata che suona la musica della Parola stessa con la sua vita. Fino a che la Parola non rimane con noi e non si invera nella Incarnazione della stessa, la Parola rischia di rimanere arida e senza frutti.

La Parola ascoltata, amata, accolta, compresa è un fiume in piena che deve invadere la nostra esistenza e come tale prende le forme delle nostre giornate e delle varie situazioni che compongono le nostre giornate. La Parola ascoltata e accolta, acquisterà pienezza di conoscenza solo nel momento in cui toccherà l’apice della sua verità, che si trova nella vita di ognuno di noi, nel nostro quotidiano, nella nostra esperienza.

Fino a che questo non avviene la Parola rischia di rimanere una delle belle e tante verità astratte, che passano sopra le teste degli uomini.

Portarla con noi significa Incarnarla, Incarnarla significa gridare che “non sono più io che vivo ma Cristo vive in me!”.

La Parola ascoltata e accolta, acquisterà pienezza di conoscenza solo nel momento in cui toccherà l’apice della sua verità, che si trova nella vita di ognuno di noi, nel nostro quotidiano, nella nostra esperienza.

 PG

Ascoltando la Parola diamo corpo a Dio nel mondo, gli diamo vita, gli siamo madre, come la madre terra che germina il seme, così ciascuno di noi fa germinare Dio nella propria vita, diventiamo madre e poi diventiamo fratelli e sorelle di Gesù perché generando io la Parola, divento io stesso simile a Dio, divento figlio, divento come Gesù, suo fratello.

Fausti

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1 Aprile 2026 Matteo 26, 14-25

Non siamo diversi da Giuda: consegniamo il divino alla religione, non sappiamo guardare nei suoi occhi, non sappiano ospitare i suoi sogni, rifiutiamo il giogo della sua grazia, diffidiamo delle sue vie, non vogliamo accoglierlo dentro la nostra carne, scegliamo di essere polvere tranquilla che diffida del suo alito di vita eterna. Allora lo cediamo al sistema religioso perché se ne prenda cura al posto nostro.

E. Avveduto

Non si tradisce all’improvviso.

Si inizia quando si smette di custodire ciò che conta.

Quando l’amore diventa secondario.

Quando scegliamo noi stessi – la sicurezza, il vantaggio,

la paura – al posto della relazione, della fedeltà, del rischio.

F. Tesser

31 Marzo 2026 Giovanni 13, 21-33.36-38

Giuda, fratello mio…

Ci sono solitudini che fanno rumore.

La tua, Giuda, no.

La tua cade in silenzio, come una moneta sul fondo del mondo.

E io ti penso lì, fratello smarrito, ultimo tra gli ultimi,

con addosso non il peccato — che pure gli uomini adorano contare — ma il dolore.

Quel dolore che spacca il fiato, che toglie il nome alle cose,

che fa della notte una stanza senza porte.

Ti hanno lasciato addosso il marchio del gesto, e si sono dimenticati dell’abisso.

Si sono fermati al bacio, e non hanno visto la ferita.

Hanno contato i denari, e non hanno contato le lacrime.

Ma io, stasera, se potessi, verrei a cercarti.

Non per assolverti come fanno i giusti.

Non per spiegarti, che certe anime non si spiegano.

Solo per sedermi accanto. Solo per dirti: resta.

Ancora un momento. Non andare così lontano dentro il tuo buio.

L. Santopaolo

30 Marzo 2026 Giovanni 12, 1-11

Noi vorremmo provare a entrare in questa settimana Santa accompagnati dal profumo del nardo di Maria, dall’immagine di questo aroma che si espande fino ad arrivare addirittura sotto la croce. Sarà questo il modo migliore per tenere lontane le continue immagini di morte che ci vorrebbero distogliere dal profumo della vita che Cristo ci è venuto a donare con la sua Risurrezione.

Dehoniani

Hanno deciso la tua morte, ma io ti profumo con ciò che fa vivere, l’hai insegnato Tu che l’amore fa esistere.

Tu ci hai riempito d’amore. Ci ami troppo, piccoli e peccatori come siamo, e io ti ricambio con questo troppo di profumo.

Ermes Ronchi

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