Matteo 13, 31-35
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
I grandi inizi, i lanci sul mercato in modo grande e appariscente, non sono cose da Dio, sono cose da idoli. Le grandi presentazioni accompagnate da una adeguata pubblicità, anche delle cose religiose, sono cose da idolatria non sono cose da Dio.
Dio è piccolo e si fa ancora più piccolo di un bambino deposto in una mangiatoia, divenendo un piccolo seme, anzi il più piccolo di tutti i semi.
La pubblicità non è cosa che fa per Dio perché dovrebbe occupare l’universo una pubblicità a Lui adeguata. E se solo la sua pubblicità dovesse occupare tutto l’universo, che fine farebbe l’uomo a cui Dio vuole fare posto? Dio si fa il più piccolo di tutti i semi perché l’uomo possa guadagnare posto, possa avere un suo posto, possa avere posto adeguato. Un posto, quello dell’uomo, che non si ingigantisce, un posto umano, un posto giusto, un posto che occupa quanto gli serve per vivere. Un posto da dinosauro, a cui il posto non basta mai e che continuamente necessita di usurpare il posto degli altri, non è un posto da uomo, un posto umano, quanto invece da dinosauro, appunto.
Non c’è piccolezza maggiore di Dio, tanto piccolo e invisibile che quasi potremmo dire che non c’è, e tanti lo dicono. Per noi l’affermazione che Dio non esiste, che Dio non c’è perché non si vede, è forse uno dei più alti atti di fede che l’uomo possa fare. Dio dunque non è come l’idolo grande, tremendo e fascinoso. No, Dio è piccolo e disprezzato, Dio è tremante in una notte di inverno, perché il suo segno, appunto, è quello di un bambino in una mangiatoia.
Per questo il Regno di Dio è Dio che è seme, per questo il Regno di Dio è Dio che è lievito.
È un Dio terribile il nostro. Noi sappiamo che il regno di Dio è libero da ogni fermento di male. Per questo non potrebbe essere paragonato al lievito che è immondo. Il lievito è farina imputridita, come Gesù e i suoi discepoli. La Pasqua la si celebra con farina non lievitata, con pane azzimo. Chi non mangia la Pasqua con pane azzimo deve essere fatto scomparire, merita la morte ci dice il libro dell’Esodo (12, 15).
E Gesù scomparirà, eliminato come immondo, come un po’ di lievito che vuole entrare in una farina che vuole rimanere azzima e che, per questo, lo rifiuta e lo sotterra.
Ma, e questo è il vero miracolo della vita, la purezza di Dio non si manifesta più nell’azzimo ma nell’amore che è misericordia che si mischia con ogni miseria. Non più purezza rituale ma verità di vita. Ed è così che Dio si perde e si fa servo addossandoci ogni debolezza e colpa, vale a dire ogni impurità. Lui si è fatto per noi lievito, vale a dire maledizione e peccato: ecco l’Agnello di Dio che porta il peccato del mondo.
Così ci ritroviamo a contemplare un Regno dove un uomo semina e una donna impasta. E l’uomo semina un seme piccolo fino a che quel seme caduto in terra e morto, diventa un albero, l’albero della croce sui cui rami gli uccelli, cioè noi, trovano rifugio e riparo. E che dire di quel pugno di impasto andato a male, quel lievito impuro che non dovrebbe toccare il Pane pasquale, che da una donna viene immesso nella farina fino a farla lievitare? Quel pungo di impasto andato a male e nascosto in tre staia di farina da una donna – perché le donne vanno al sepolcro ad accogliere la vita nuova – altro non è che il Cristo sepolto nel sepolcro della farina del mondo salvato dall’Immondo, il Cristo, che è lievito, un pugno di farina andata a male.
Così questo Lievito Gesù, nascosto per tre giorni nel cuore della terra, la lieviterà di vita nuova, la terra infatti non sarà più azzima come la salvezza, la Pasqua, non sarà più questione di azzimi, libera dal vecchio lievito di malizia e perversità.
Così il Signore risorto, albero del Regno e fermento di vita, è il Gesù crocifisso preso, gettato, nascosto ed esposto sulla croce e deposto nel sepolcro.
La sua piccolezza, la sua impurità, la sua invisibilità, il suo rifiuto è la più vera manifestazione di Dio, è atto di fede nel Padre che spira su quel seme e su quel lievito con l’alito dello Spirito Santo.
Questa è fede accolta, questa è vera santità di Dio, non quella dei miracoli e dei segni che noi pagani continuiamo ad andare a cercare, questa è salvezza del mondo.
Sì perché la fede sono mani aperte per accogliere il dono del piccoletto, del piccolo Dio che diventa speranza in quelle mani che tendono verso il domani che diventa carità in quelle mani che divengono operose per la vita, che ritornano ad impastare farina con lievito, a seminare quel piccolo seme nella terra di Dio, laddove il suo volto risplende, vale a dire nel nostro cuore.
Siamo piccoli arbusti di senape in mezzo agli altri ortaggi dell’orto che si fanno compagni di strada per questa umanità chiamata ad umanizzarsi giorno dopo giorno. Siamo piccoli semi che danno a tutti la possibilità di trovare uno spazio in cui “fare il nido”. Siamo insignificanti agli occhi dei più, ma ci sentiamo figli di quel Mistero Assoluto d’amore che il Figlio ci ha rivelato.
Locatelli
«Il regno dei cieli, strettamente parlando, non è simile a un tesoro, tanto meno è simile a un mercante: ma è simile a quello che succede quando si scopre un tesoro, o quando un mercante trova una perla di grande valore».
Alberto Mello
Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI
Guarda le meditazioni degli ultimi giorni
1 Aprile 2026 Matteo 26, 14-25
Non siamo diversi da Giuda: consegniamo il divino alla religione, non sappiamo guardare nei suoi occhi, non sappiano ospitare i suoi sogni, rifiutiamo il giogo della sua grazia, diffidiamo delle sue vie, non vogliamo accoglierlo dentro la nostra carne, scegliamo di essere polvere tranquilla che diffida del suo alito di vita eterna. Allora lo cediamo al sistema religioso perché se ne prenda cura al posto nostro.
E. Avveduto
Non si tradisce all’improvviso.
Si inizia quando si smette di custodire ciò che conta.
Quando l’amore diventa secondario.
Quando scegliamo noi stessi – la sicurezza, il vantaggio,
la paura – al posto della relazione, della fedeltà, del rischio.
F. Tesser
31 Marzo 2026 Giovanni 13, 21-33.36-38
Giuda, fratello mio…
Ci sono solitudini che fanno rumore.
La tua, Giuda, no.
La tua cade in silenzio, come una moneta sul fondo del mondo.
E io ti penso lì, fratello smarrito, ultimo tra gli ultimi,
con addosso non il peccato — che pure gli uomini adorano contare — ma il dolore.
Quel dolore che spacca il fiato, che toglie il nome alle cose,
che fa della notte una stanza senza porte.
Ti hanno lasciato addosso il marchio del gesto, e si sono dimenticati dell’abisso.
Si sono fermati al bacio, e non hanno visto la ferita.
Hanno contato i denari, e non hanno contato le lacrime.
Ma io, stasera, se potessi, verrei a cercarti.
Non per assolverti come fanno i giusti.
Non per spiegarti, che certe anime non si spiegano.
Solo per sedermi accanto. Solo per dirti: resta.
Ancora un momento. Non andare così lontano dentro il tuo buio.
L. Santopaolo
30 Marzo 2026 Giovanni 12, 1-11
Noi vorremmo provare a entrare in questa settimana Santa accompagnati dal profumo del nardo di Maria, dall’immagine di questo aroma che si espande fino ad arrivare addirittura sotto la croce. Sarà questo il modo migliore per tenere lontane le continue immagini di morte che ci vorrebbero distogliere dal profumo della vita che Cristo ci è venuto a donare con la sua Risurrezione.
Dehoniani
Hanno deciso la tua morte, ma io ti profumo con ciò che fa vivere, l’hai insegnato Tu che l’amore fa esistere.
Tu ci hai riempito d’amore. Ci ami troppo, piccoli e peccatori come siamo, e io ti ricambio con questo troppo di profumo.
Ermes Ronchi
Giovanni Nicoli | 27 Luglio 2026