In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Il Signore è colui che semina la Parola con abbondanza nel campo del mondo, una semina generosa e senza alcuna tirchieria. In questa seminagione vi sono vari problemi tra cui il maligno che viene e semina la zizzania nel campo del regno.
Gesù è il seme che l’uomo è invitato a prendere e a seminare nell’orto della sua vita. Gesù è il seme, Gesù è la Parola che ognuno di noi è invitato a prendere e ad accogliere. È un seme piccolo ma che dà grandi frutti.
Gesù è il lievito, un po’ di farina andata a male, che immesso nella pasta della nostra esistenza la fa fermentare tutta dandogli significanza.
Gesù semina, noi siamo chiamati a prendere e ad accogliere. È una azione senza la quale il seme della Parola e il lievito della stessa non possono venire a contatto con il cuore dell’uomo e della sua esistenza e non possono in tal modo portare a compimento la crescita del Regno. La Parola non può fecondare il terreno, la Parola non può far lievitare la pasta.
Prendere ogni giorno una goccia di questa Parola che fa germogliare la nostra esistenza, ci fa capire, giorno dopo giorno, la grandezza, la bellezza e il significato del mare.
Prendere ogni giorno il lievito della Parola fa fermentare le nostre giornate quasi senza che ce ne accorgiamo.
Fare questo ci permette di non scandalizzarci se il grano deve crescere con la zizzania, ci permette di non scandalizzarci se non tutte le ciambelle escono col buco.
Questo seme e questo lievito è il bene che impasta la nostra esistenza. Un bene sempre piccolo, come il seme della senapa o un pizzico di lievito.
Il Regno che con Gesù è iniziato ha accolto attorno a sé poca gente; una cerchia insignificante di persone che religiosamente sono squalificate.
La senape e il lievito non appartengono all’immaginario normale del Regno che deve essere grande, visibile, deve conquistare il mondo in modo trionfale. La piccolezza del granellino produrrà un grande albero, l’inadeguatezza di un pugno di farina andata a male fermenterà il mondo.
Il Regno si gioca tra l’insignificanza dell’oggi e la gloria futura. Sapendo che tra le due c’è una continuità vitale, come c’è continuità tra il seme e la pianta.
Non è un capriccio di Dio, questa piccolezza, ma è una necessità. È una necessità per noi, perché siamo piccoli e abbiamo bisogno di essere liberati da ogni delirio di grandezza e da ogni depressione per la mancanza di questa grandezza. È una necessità anche per Dio, perché Dio è amore e l’amore si fa piccolo e umile, senza paura di sporcarsi.
La comunità cristiana, la chiesa, deve convincersi che i trionfalismi da lei cercati, fanno a pugni con gli umili inizi. Dobbiamo ricordarci che il cristianesimo deve abbracciare il mondo intero, ma lo abbraccia sempre e solo con le braccia del Crocifisso.
È il piccolo seme di senapa, bambino incarnato nella grotta di Betlemme, che germinerà nel grande albero della croce. È il lievito, preso e nascosto nella pasta del mondo tramite il sepolcro del venerdì santo, che farà tutto il mondo pane vivo disceso dal cielo.
Donaci o Dio di non dimenticarci, nel nostro camminare di ogni giorno, che possiamo comprendere la grandezza e la santità del Figlio nella piccolezza e impurità della Croce.
Accade nel Regno ciò che accade nell‘intimo di ogni essere.
Una sconosciuta e divina potenza che è all’opera, instancabile, che non dipende da noi e che non si deve forzare, ma attendere con la fiducia in Gesù, che ha una bellissima visione del mondo: tutto è in cammino, tutto un fiume di vita che scorre, in movimento perenne.
Ermes Ronchi
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19 Aprile 2025 Sabato Santo
“… Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.
da una meditazione sul Sabato santo di Joseph Ratzinger
18 Aprile 2025 Giovanni 18, 1-19, 42
L’atto di fede nasce dalla croce:
No, credere a Pasqua non è giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera è al venerdì santo
quando Tu non c’eri lassù!
Quando non un’eco risponde
al tuo alto grido.
D. M. Turoldo
17 Aprile 2025 Giovanni 13, 1-15
Nella bacinella dell’ultima cena c’è l’acqua della creazione in cui l’opera di messa in ordine dello Spirito continua ad aleggiare fino a noi, si ritira l’acqua del diluvio per fare spazio a un’umanità nuova, si apre l’acqua del Mar Rosso per mostrare la strada che porta alla terra della libertà, scorre l’acqua del Giordano in cui Cristo si fa solidale con ogni donna e ogni uomo di ogni tempo, sgorga l’acqua dal costato del crocifisso fonte inesauribile di consolazione per tutti quelli che hanno sete di Vita.
P. Lanza
Giovanni Nicoli | 31 Luglio 2023