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1 agosto 2019 Matteo 13, 47-53

da | Ago 1, 2019

Matteo 13, 47-53

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Terminate queste parabole, Gesù partì di là.

Io sono stato pescato, sono entrato nella chiesa, sono di Cristo quindi sono pesce buono! Io ho diritto di vivere, io avrò il premio alla fine, la mia vita vale più di una vita che non ha le carte in regola, io non devo essere usato da nessuno, l’altro, che sia terrone o extracomunitario poco importa, deve essere oggetto di contesa, non soggetto di vita.

È il mito della purezza che invade i nostri ragionamenti, le nostre appartenenze, le nostre razze, le nostre religioni, le nostre coscienze, le nostre responsabilità, le nostre spiritualità. La purezza può essere una cosa buona ma normalmente noi la roviniamo facendola diventare un mito. Quando lo facciamo diventare un mito instauriamo un clima di paura nei confronti di tutto ciò che è diverso. Il differente diventa un attacco alla mia purezza di razza, di nazionalità, di religione, di professione. La logica conseguenza, in pratica e non in teoria, sono le crociate, i roghi, le scomuniche, le purghe, le inquisizioni, i fanatismi, i fondamentalismi, le guerre purificatrici, i sacrifici, la necessità di inventarsi sempre e comunque un nemico. Risultato è la disumanizzazione della nostra esistenza e l’uccisione di ogni fede in nome di qualsivoglia religiosità.

L’esaltazione della purezza come vita perfetta, l’urlo contro il dissacramento di un luogo sacro, è fuga dalla condizione di creature e dunque negazione della bontà degli affetti e delle relazioni, è chiusura ad ogni divenire, ad ogni crescita, ad ogni limite visto come cosa da togliere anziché come vita umana normale. Cerchiamo il divino come l’eterno, l’onnipotente e in nome di questo divino uccidiamo ogni Paternità e Maternità di Dio.

Se il pesce pescato muore, noi uomini pescati viviamo. Gli apostoli, ognuno di noi, sono stati fatti da Cristo pescatori di uomini non perché rinforzassero le fila della chiesa, ma perché portassero la salvezza umanizzante a questo mondo di disumanizzati. Tale pesca pesca tutti: il Regno è salvezza di ogni uomo. Ogni uomo è chiamato ad essere raccolto in questa rete. La Parola è annunciata e proposta a tutti. Non c’è distinzione fra buono e cattivo perché Dio Padre fa piovere la pioggia della sua Parola sui buoni e sui cattivi, sui giusti e sugli ingiusti.

            È importante evidenziare quali sono i pesci buoni per Dio Padre e quali non lo sono. I buoni non sono quelli che non sbagliano e che giudicano gli altri che sbagliano. Voi siete convinti di non essere ciechi ma vedenti, per questo, dice Gesù ai farisei che contestano la guarigione del cieco nato nel peccato, voi siete ciechi.

I buoni sono coloro che si sanno peccatori come tutti, non giudicano nessuno, accolgono tutti. I buoni sono quelli che sono perfetti come il Padre. Non sono interessati a cambiare l’altro magari come scorciatoia per giudicarlo, sono interessati ad essere come il Padre, vale a dire ad amare l’altro, ad entrare in relazione con lui. Chi è il Padre? Lo abbiamo già detto ma lo ribadiamo: è uno che fa piovere sui peccatori e sui giusti! È uno che è misericordia per tutti!

Chiediamoci allora: chi sono i giusti? Coloro che sono figli del Padre delle misericordie, vale a dire coloro che accettano di essere misericordia, verso tutti, liberi da ogni schiavitù di purezza di razza, di nazionalità e di religione.

Questa è la responsabilità del cristiano: essere misericordia per potere avere misericordia.

Ne consegue che se io non sono misericordia, non se non sono perfetto e buono e bravo, sono pesce cattivo che viene gettato.

Per questo la rete accoglie tutti come la comunità deve accogliere tutti. Se io non accolgo tutti, io mi butto fuori anche se ho il rosario in mano.

Ciò che conta è dunque la misericordia del Padre in noi e tra di noi. Tutto il resto passa in secondo piano e dipende da questo. Ogni purità è solo premessa di razzismo e di campi di concentramento o campi profughi; ogni purità è premessa di pulizia etnica, vedi quanto avvenuto nella ex Jugoslavia non tanti anni fa.

Fatti a immagine del Padre siamo chiamati ad essere come Lui, misericordiosi: questa è la nostra primaria e indiscutibile responsabilità. Senza questo ogni cosa perde valore e diviene mezzo di manipolazione e di potere, anche religioso. Senza essere accoglienti della misericordia del Padre noi buttiamo via la nostra vita, la rigettiamo nel mare del male da cui eravamo stati pescati.

La misericordia è qualcosa di più grande della stessa giustizia. Anzi, senza misericordia non c’è giustizia, vi sono solo leggi umane che giustificano la propria giustizia che non è mai misericordia.

Aprire il cuore al dono e al perdono è accettare di essere e di divenire come il Padre. Diversamente perdiamo la nostra identità: non sono più quello che sono, né pesce buono né frumento, ma zizzania e pesce cattivo.

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