In quel tempo, Gesù venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
Gesù è il profeta che, dopo avere compiuto tanti prodigi ed avere annunciato la venuta del Regno con inizi piccoli e non visibili, si reca nella sua patria, a Nazareth, la città della sua infanzia.
Nella sua patria, insegna nella sinagoga e, di fronte a questo suo insegnamento, la gente rimane stupita ed inizia ad analizzare la situazione. Somiglia un po’ alla tendenza, forse portata ancora più all’eccesso, che ritroviamo fra di noi al giorno d’oggi: quella dell’analisi senza mai una sintesi.
La sua gente, i suoi, si ritrovano davanti un concittadino che la sa lunga e ne compie di belle e inizia ad analizzare da dove gli viene questa sapienza: come fa a fare i miracoli, di chi è figlio, quali sono i suoi fratelli, da dove gli vengono tutte quelle cose che sta mostrando loro?
E fino qui non ci sarebbe nulla di male. Ma quando poi l’analisi lascia spazio allo scandalo allora la chiusura del cerchio è fatta. È l’analisi per l’analisi, anziché la capacità dello stupirsi e del lasciarsi stupire. Analizzare per non risolvere, per non prendere una posizione, ci porta lontani dalla vita.
Il lasciarsi stupire per le cose belle che incontriamo, sapendole riconoscere come tali, ci porta a lasciarci coinvolgere dalla vita. Forse, agli occhi degli altri, appariremo come ingenui, ma in realtà questo è uno dei modi che abbiamo a disposizione per lasciarci coinvolgere dalla vita. Lo stupore e la contemplazione per le cose belle che ci sono è vita. La chiusura o la non attenzione alle stesse, toglie alla nostra esistenza il gusto delle cose belle, la possibilità di riconoscerle e di amarle, la possibilità di lasciarci coinvolgere dalle stesse uscendo dai soliti stereotipi e dai soliti pregiudizi con cui noi spesso affrontiamo la vita.
La differenza sta qui: tra il vivisezionare la vita e l’amarla, tra il macellaio e il contadino. Il contadino ama le sue bestie, il macellaio le viviseziona. Il contadino cura le sue bestie e le conosce per nome e se anche sa che prima o poi dovrà cedere il passo al macellaio, lui le ama. Il macellaio no! Non ha un rapporto con loro, le vede e le uccide e le viviseziona. Le giudica sane oppure no, un buon affare oppure no! Ma non ne ha cura, non le alleva, non le sente sue.
Così noi nei confronti della vita: possiamo essere contadini o macellai. Possiamo passare le nostre giornate a vivisezionare i fatti, e spesso a stravolgerli, come fanno ormai di abitudine i giornalisti, oppure possiamo vivere le nostre giornate contemplando ciò che il Signore ci dona. Possiamo passare le nostre giornate ad analizzare per non lasciarci coinvolgere e per non risolvere i problemi della nostra esistenza, oppure possiamo vivere le nostre giornata amando ciò che ci viene donato.
Scandalizzarci di Gesù, scandalizzarci della vita così come ci si presenta innanzi; è un modo più o meno elegante per allontanarci dalla vita stessa per tenere lontani i problemi; per non lasciarci coinvolgere da quella idea, da quella iniziativa, da quella situazione, da quella persona che intuitivamente giudichiamo in gamba, ma che altrettanto intuitivamente sappiamo ci potrà creare dei problemi. Scandalizzarci di noi stessi e degli altri, è un modo per rinunciare a vivere, per rinunciare ad amare.
Accettare o meno l’umanità di Gesù è accogliere o meno il dono di Dio. In Gesù abita infatti corporalmente tutta la pienezza della divinità. Gesù di fronte al rifiuto dei suoi, cerca quasi di scusarli con il proverbio: un profeta non è disprezzato che nella sua patria, mettendo però allo stesso tempo in evidenza il rifiuto dei suoi.
È facile cedere alla tentazione di svalutare ciò che si conosce, concedendo un margine di mistero solo a ciò che si ignora! La persona religiosa, in modo particolare, è propensa a volare verso un finto ignoto, pur di non scomodarsi a mettere in questione il già noto. Per pigrizia mentale è facile ridurre tutto a ciò che già si sa senza scomodarsi a capire ciò che invece rinasce ogni giorno nell’esistenza nostra e dell’altro.
In questa situazione Gesù non può fare miracoli. Il miracolo è infatti connesso con la fede, che addirittura lo strappa come nel caso del centurione, come con il paralitico, come per l’emorroissa, come con la donna Cananea.
La fede, mettendoci in contatto con la vita, con il Signore, provoca lo scambio tra lui e noi. Dove manca, manca il contatto. Si tratta di un atto libero che suscita la meraviglia del Signore. Il nostro sì, come pure il nostro no, produce qualcosa di inedito e di meraviglioso anche per lui: ha il potere di stupirlo.
Il miracolo avviene dunque non grazie alle nostre analisi, non grazie alla nostra incredulità, ma per la nostra fede: essa è il grande miracolo, principio di salvezza.
Fino all’ultimo resteranno in noi zone di incredulità la cui scoperta a volte ci sorprende.
Frère Roger
Sii te stesso e non dipendere da ciò che gli altri pensano di te! È più facile recitare ed esibirsi che essere coerenti e convincere.
Vivi l’istante presente come un dono della vita e un tuo impegno.
Padri del deserto
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