Matteo 15, 29-37
Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». E i discepoli gli dissero: «Come possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?».
Gesù domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette, e pochi pesciolini». Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene.
Il Battista in carcere manda i suoi discepoli al Signore Gesù per chiedergli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”
La risposta di Gesù è forte e chiara: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me”.
Questo brano di Matteo che fa da sfondo al brano odierno e che richiama le profezie del profeta Isaia, ci dice ancora una volta che i tempi messianici sono vicini, anzi sono qui in mezzo a noi. Ci dice che l’annuncio della Buona Notizia si è incarnato e si è incarnato non secondo le aspettative della gente ma secondo il cuore di Dio.
Gesù sale su di un monte della Galilea, dopo avere guarito la figlia della donna Cananea. Le folle lo seguono e lo seguono portando le loro miserie, portando i propri malati, portando con sé la propria cecità e sordità che non gli permette di riconoscere in Gesù quello che molti re e profeti avrebbero voluto vedere e udire e non lo udirono.
La nostra incapacità di riconoscere il Messia e i tempi messianici è grande. Chi di noi sa riconoscere che il nostro tempo fa parte di questi tempi messianici? Diciamo semplicemente che è impossibile che questi siano tempi messianici e che il Signore ci salva con la sua presenza in questi tempi.
Eppure oggi il Signore sale sul monte della nostra quotidianità e accoglie quanti, ciechi sordi zoppi e malati, vanno a lui. Li accoglie e li guarisce. Li accoglie e li guarisce attraverso un gesto semplice: la sua presenza e il dono di un po’ di pane e un po’ di pesce.
Chi sa riconoscere questa realtà è beato, chi non la sa riconoscere è maledetto nel senso che vive da disperato in mezzo a questa accozzaglia di vita che ci troviamo a vivere e che rischia di non avere alcun senso senza la presenza del Salvatore.
Gesù salva i poveri attraverso mezzi poveri. Noi Chiesa non siamo più capaci di fare ciò. Abbiamo bisogno sempre più di strumenti sofisticati, costosi, sempre più grandi e visibili. Gesù guarisce attraverso un pezzo di pane e un po’ di pesce. È il ricordo dell’Eucaristia che Gesù celebrerà nell’ultima Cena.
Gesù si fa pane perché noi lo possiamo mangiare e fare nostro e diventare lui. Gesù ci dona il pesce simbolo del suo essere Figlio di Dio (ricordiamo che nell’antichità i cristiani utilizzavano il simbolo del pesce per indicare Gesù, le iniziali del termine pesce in greco significano Gesù Cristo Figlio di Dio ).
Non solo Gesù utilizza dei mezzi poveri ma utilizza dei mezzi quotidiani. Che cosa volete che mangiassero i contemporanei di Gesù che vivevano lungo il mare di Galilea se non pane e pesce. Più quotidiano di quello per loro. Magari gli veniva anche alla nausea tanto ne avevano mangiato. Ma comunque Gesù usa questo tipo di strumento per guarire e per salvare.
Ancora questi strumenti così poveri e quotidiani sono pochi: “sette pani e pochi pesciolini”. È il richiamo più grande all’importanza di valorizzare il nostro quotidiano, gli strumenti che è la nostra vita di tutti i giorni, di valorizzare ed utilizzare le piccole cose che abbiamo a disposizione. Questo per annunciare la Buona Novella e guarire i ciechi, gli storpi, i sordi e potere riconoscere la presenza del Salvatore in mezzo a noi: vederlo e udirlo per donare la salvezza.
Stiamo pur certi che al di là di tutto questo ci permetterà di essere strumenti per potere dare da mangiare a tutti: “tutti mangiarono e furono saziati”.
L’invito è chiaro: non spaventiamoci della nostra povertà, ma andiamo incontro a colui che viene e che, grazie alla nostra povertà, può fare e fa ogni giorno grandi cose. Domandiamo al Signore di saperlo vedere e di sapere riconoscere le grandi cose che, attraverso ognuno di noi, egli compie in mezzo a noi.
Gesù non è un distributore di grazie ma uno che sente compassione per me, mi ama, gli interesso. È coinvolto, non è indifferente nei miei confronti, non è spaventato dal mio poco ma me lo chiede per moltiplicarlo. Anzi è a partire da quel poco che rende possibile l’impossibile.
M. Epicoco
L’attesa di noi umani è un’attesa sempre di vita, sia che noi siamo in una condizione di malattia, sia che noi siamo in una condizione di stanchezza o addirittura di fame siamo alla ricerca di vita piena.
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