In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
“Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti” perché questa visione senza Calvario non solo non può essere capita, non solo non può essere narrata ma proprio non può esistere. Perché la Trasfigurazione senza il monte “che aveva loro indicato”, quello della manifestazione del Risorto, quello del capitolo ultimo del Vangelo, non è nemmeno immaginabile. La Trasfigurazione è comprensibile solo alla fine, nell’atto della sovrapposizione dei fatti e delle loro interpretazioni. Come se la pagina di Vangelo appena letta ci volesse avvertire di non trattare mai la Trasfigurazione da sola, di ricordarci che è stata scritta dopo, insieme al monte Calvario e a quello dell’apparizione dopo la Resurrezione.
Credere di poter decifrare la Trasfigurazione, la vita tutta, solo rimanendo nel perimetro stesso del testo è un tradimento alla parola. Bisogna vivere imparando l’arte di muoversi: la Vita è cosa viva e se provi a bloccarla la Vita non è più viva.
Bisogna salire al monte della Trasfigurazione ma non accontentarsi, non credere che sia solo quel monte. Bisogna salire al monte della Trasfigurazione e sovrapporre il Calvario e sovrapporre il monte della Risurrezione e quello che emerge è un gioco di luci e di ombre misterioso e affascinante. È sentire che la vita è fatta a strati e che basta graffiare via le apparenze per sentire che sotto il volto luminoso di Gesù ci sono le tenebre della passione, che sotto il volto crocifisso c’è la luminosità del Risorto, che dentro le pupille della Visione ci siamo noi, groviglio di luci e tenebre.
Dobbiamo imparare a leggere la vita così, spostandoci nel tempo, scendendo in profondità e volando ad altri sguardi, facendo dialogare gli eventi e il tempo e le cose, muovendoci. Altrimenti la vita inganna. Altrimenti avrebbe ragione Pietro: fermiamo tutto così, costruiamo tre tende che qui la vita è buona e promettente. Invece è proprio questo il peccato del discepolo, è questo il rischio terribile: fermare la vita come fosse un insetto da museo. Non accettare la complessità, la sovrapposizione, la mutevolezza e la transitorietà delle cose.
Scorrere e vivere a piani differenti: mentre c’è luce sentire l’alito freddo delle tenebre; dove c’è vita non fingere che la morte non esista; dove c’è amore sentire il brivido dell’odio. Innamorarsi è già soffrire nostalgia, stringere patti è già esporsi al tradimento. Non diventare mai definitivi, sapere che sotto le apparenze c’è anche un’altra verità e che le apparenze sono comunque una verità.
Gesù parla con Mosè e Elia: quello che Matteo vuole dire è che Gesù sul monte parla con gente che di casa sta in cielo. Quello che importa però è sovrapporre e vedere che sul monte chiamato Calvario Gesù sta in compagnia di due farabutti, di due scarti della società, di due condannati, gente che di casa sta all’inferno. È andare sul monte della resurrezione e vedere che in quelle figure di discepoli dubitanti che si chinano a terra ci sono ospiti santi e assassini, ci siamo noi che siamo luce e tenebra, trasfigurazione, morte e resurrezione.
Questo dovrebbe aiutarci a non fermare mai la vita in un giudizio definitivo, a non rinchiudere in capanne rassicuranti le nostre conclusioni sulla vita. Nessuna conclusione per ora, solo un cammino sui monti, dove la sinfonia dell’esistenza si muove tra luce e tenebre. Sapere e vedere che anche sul Calvario c’è un Cireneo, un centurione e soprattutto lo spazio del perdono di Gesù. Sul monte della resurrezione c’è spazio per il dubbio. Essere umili, capaci di chiederci come fare spazio alla luce, come graffiare via le pareti della tenebra: almeno lo spazio per un raggio di vita in una trama di morte. È graffiare via la troppa luce per non dimenticare l’ombra della morte.
Imparare questa complessità potrebbe essere buona cosa anche per i tempi che viviamo che mostrano la fragilità e la transitorietà delle cose. Inutile chiudere la vita sotto l’illusoria sicurezza, inutile chiudere fuori la morte. Basta graffiare le apparenze della nostra luminosa civiltà ed ecco la morte arrivare e bloccare tutto. Così è. Così era già. Così sarà anche in momenti apparentemente più tranquilli. Ci dimentichiamo di sovrapporre le esperienze, di sapere che c’è morte nella vita, che bloccarci in un sorriso eterno e in un disimpegno vacuo è una follia.
Graffiare la vita e lasciare che morte e vita scorrano una nell’altra. Imparare a stare, sempre e comunque. Sul monte della Trasfigurazione era davvero “bello per noi stare qui”? Forse, di sicuro bastava graffiare e sentire che la morte sorrideva di noi. Ma graffiare anche sul Calvario dove un po’ di luce è filtrata attraverso lo stabat Mater. Inutile fissare l’esistenza, graffiare e far passare rigagnoli di luce e non smettere di fluttuare nella complessità.
Sul Calvario solo silenzio, sul monte della Trasfigurazione una voce “questo è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento: Ascoltatelo”. Quella voce mentre il volto di Gesù è luminoso, è inutile.
Guardare, essere testimoni oculari, ascoltare la voce. Si tratta di non accontentarsi di guardare semplicemente le cose come ci stanno davanti, né di fermarci a quello che sentiamo in superficie.
La trasfigurazione è una questione di profondità.
Piccolo
Tu sei chiamato a salire in cima alla montagna e a scendere quasi continuamente; per te è pericoloso rimanere troppo tempo tanto in cima quanto ai suoi piedi. Bisogna rimanere sopra e bisogna rimanere sotto, ma solo il tempo necessario.
Pablo D’Ors
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L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.
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