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12 agosto 2019 Matteo 17, 22-27

Giovanni Nicoli | 12 Agosto 2019

Matteo 17, 22-27

In quel giorno, mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati.

Quando furono giunti a Cafarnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». Rispose: «Sì».

Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». Rispose: «Dagli estranei».

E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».

Per credere in un Dio onnipotente e perfettissimo non c’era bisogno della rivelazione, bastava e basta il nostro senso religioso e idolatrico. A forza di correre dietro ad un’idea perfetta di Dio, ma astratta e distante dalla Bibbia, abbiamo aperto le porte all’ateismo puro che è l’altra faccia della medaglia di tale religiosità e idea di Dio astratta e teorica.

Il nostro Dio è il Dio della libertà e dell’incarnazione che si sporca le mani con le sofferenze di ogni giorno. Il nostro Dio non è un Dio perfetto, un motore immobile, ma è un Dio che si commuove per le nostre sofferenze e si incavola di fronte alle nostre cattiverie.

Il nostro Dio è Padre di libertà che si incarna nel Figlio e che ci fa figli e fratelli. Ogni azione che è contro questa dinamica Trinitaria e umanizzante di ogni fede, è il vero peccato mortale, anche se lo facciamo col rosario in mano o ringraziando la Madonna per l’approvazione di una legge disumana e assassina.

Il vangelo di oggi richiama innanzitutto il fatto che noi siamo liberi e siamo figli. Figliolanza e libertà che passa per la passione del Figlio. La libertà nasce e si concretizza grazie al Figlio che si fa nostro fratello. Non ci sono per questo tributi da pagare a Dio perché è Padre. Unica richiesta del Padre è che noi entriamo nella dinamica libera dell’amore. Senza questo tutto perde senso, non ha senso la nostra religiosità e noi, da bravi schiavetti, facciamo diventare l’atto d’amore più bello che si celebra nell’eucaristia un comando, un dovere, un peccato se non lo facciamo. Così ritroviamo Gesù che predica la sua passione divenendo pesce che paga il tributo al male con la libertà dell’essere dono e dono di amore per noi. Consegnandosi nelle mani degli uomini paga il tributo dell’amore fraterno. Un tributo, una moneta, che viene ritrovata nella bocca del pesce che nell’antichità era simbolo di Gesù (in greco pesce si dice Ichthys le cui iniziali significano Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore). È il Padre che in Gesù e nello Spirito di amore paga il tributo per noi, per renderci figli.

Questa libertà tanto cara e tanto importante, che noi riteniamo essenziale per la nostra vita, questa libertà di cui mai se ne è parlato così tanto, mai è stata così insidiabile e così insidiata. Oggi la libertà è la cosa più vulnerabile che esista perché la riteniamo cosa esterna a noi e non cosa interiore. Chi è schiavo rischia di essere più libero di noi che ci riteniamo liberi nelle nostre società democratiche. Libertà di fare cosa poi! Mi piacerebbe essere libero di essere non di fare! Uno può essere in prigione ed essere libero. Bellissime al riguardo le testimonianze dei carcerati per la libertà delle carceri di Castro degli anni ‘70 e ‘80. Nessuna costrizione mi potrà togliere la mia libertà e questo era quello che mandava giù di testa i loro carcerieri, testimoniavano questi carcerati.

Oggi i sistemi che si muovono sono orientati a toglierci la nostra libertà interiore lasciandoci inebetiti con la nostra libertà esteriore. Siamo costretti a pensare, a sentire, ad agire in quel dato modo convinti di essere liberi, mentre invece io posso essere condannato ai lavori forzati perché sono libero e vivo i lavori forzati da libero. Troppo spesso viviamo da schiavi la nostra libertà di fare ma che non ha nulla a che vedere con la nostra libertà di essere.

Nulla è più bello della libertà e nulla è più ambiguo. La libertà ci rende come Dio, è la nostra immagine di Dio. Questa libertà noi la vediamo giocata da Gesù Cristo nella sua passione obbligata dagli uomini ma vissuta da libero, come libero dono per i fratelli. Il nostro Dio è Dio che patisce con noi e per noi. Il nostro Padre ha assunto la vita più vera degli uomini e delle donne, ben sapendo che niente è più vero sulla terra del nostro dolore, soprattutto morale e spirituale. La Parola si incarna nell’umanità che ha sofferto e che ama, non quella che ha successo e che ottiene risultati. Il Dio della Bibbia patisce con noi e per noi, paga la moneta libera della tassa. Lui vive con noi il tempo del Regno che è il sabato santo. Dopo la passione del venerdì santo non c’è la risurrezione, prima c’è il sabato luogo della nostra umanità e del nostro quotidiano. Dopo il venerdì c’è il sabato, il giorno dell’attesa, non la domenica, giorno di resurrezione. Il sabato è il tempo in cui possiamo chiamare i nostri dolori col proprio nome, così pure i dolori degli altri. Senza tutto questo, senza sabato, noi costruiamo domeniche artificiali che lasciano il tempo che trovano e che, poco alla volta, non interessano più a nessuno. La passione diventa allora una fiction che non salva più nessuno. Il sabato giorno della libertà e del tempo dell’uomo, dove noi siamo chiamati a renderci conto del venerdì di passione vivendolo in libertà e dandogli il suo vero nome, in attesa della domenica di resurrezione. Ma non saltando assolutamente il sabato.

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