In quel giorno, mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati.
Quando furono giunti a Cafarnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». Rispose: «Sì».
Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». Rispose: «Dagli estranei».
E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».
Gesù dice a Pietro che i figli sono liberi. La libertà è il grande tema, mai abbastanza capito, del cristianesimo.
I cristiani sono liberi: il loro unico tributo al tempio e al re, è quello di un rapporto filiale con il Padre e fraterno verso tutti. Ma per non scandalizzare, si sentono liberi di pagare quei tributi che anche gli altri pagano.
La nostra libertà è quella di amare anche rinunciando ai nostri diritti, se questi vanno contro i fratelli. Rinunciare ai propri diritti nella libertà, non nella legge.
Il danaro che Gesù e Pietro e i cristiani usano per pagare il tributo, viene dalla bocca di un pesce pescato dall’abisso. Dio stesso infatti provvede ai suoi figli ciò di cui hanno bisogno; e in modo misterioso, attraverso l’acqua simbolo della morte.
La predizione della passione fa vedere da dove viene la libertà dei figli e il tributo che pagano: dal Figlio dell’uomo consegnato nelle mani degli uomini. È il prezzo che il Figlio offre liberamente per sé e per i fratelli.
Nella comunità di Matteo, di origine giudaica, c’è la tentazione di osservare rigorosamente le leggi e le tradizioni, rischiando di dimenticare la verità del vangelo e la libertà dei figli. Nelle altre comunità, di origine pagana, c’era la tentazione di vivere la libertà propria senza rispettare quella altrui.
La libertà cristiana non è osservanza della legge, né la sua trasgressione. È la libertà di amare il fratello, pieno compimento della legge: è la legge di libertà, che ha come criterio ciò che giova all’altro. Il vero tributo al tempio, che ci dà accesso a Dio, Gesù l’ha pagato con la sua libertà di Figlio che dà la vita per i fratelli.
I due brani di oggi, che all’apparenza non hanno collegamento, accostati si illuminano a vicenda: il consegnarsi del Figlio dell’uomo nelle mani degli uomini è il riscatto di tutti gli uomini. Nella sua fraternità essi diventano figli di Dio.
Liberati finalmente dal demonio invincibile della diffidenza, costituiscono una comunità di fratelli, dove ognuno è debitore all’altro del perdono fraterno, vero tributo da pagare al Padre.
La Chiesa, riscattata dal Figlio con il soldo della sua solidarietà donata con la sua passione e morte, è chiamata a vivere la fraternità. La nostra libertà, nella quale siamo chiamati a crescere, si gioca nell’amore e nel servizio del fratello. Questo è il nostro tributo al Padre.
Un tributo che deve crescere nella libertà. Non è nulla di automatico. Sappiamo dove e in che direzione siamo chiamati a camminare. Camminiamoci con la pazienza di una educazione e di una maturazione che non chiude mai gli occhi sulle nostre debolezze e immaturità.
Le parole di Gesù sono sovversive, indomabili, rivoluzionarie: soffocano nelle sagrestie e respirano sul marciapiede.
Don Andrea Gallo
Non dobbiamo comportarci come servi che devono compiacere un padrone, ma come figli che realizzando pienamente se stessi danno gioia al loro padre.
M. Epicoco
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