Matteo 18, 12-14

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?

In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite.

Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».

Questo brano di Matteo è inserito nel discorso sulla comunità. Il piccolo, la pecora smarrita è da vedere all’interno della comunità cristiana dove siamo chiamati ad essere missionari nella ricerca della pecora smarrita.

Il Signore Gesù era definito un mangione e un beone, uno che andava ad alloggiare dai pubblicani e dai peccatori, lui che andava a cercare la pecorella smarrita, lui che cercava la dramma smarrita, lui che aspettava il figliol prodigo: il suo atteggiamento era compreso dai più non come un’attenzione verso i malati che hanno bisogno del medico, ma come un essere connivente con queste persone giudicate ed isolate dalla comunità dei credenti.

I farisei, la legge, giudicava ed escludeva queste persone, Gesù le ricerca e per questo è giudicato come uno di loro. Era vero che era uno di loro, non nel senso che si isolava lui stesso staccandosi dalla legge, ma nel senso che aveva lasciato il Monte della Trinità per Incarnarsi, abbassarsi, umiliarsi e farsi come loro, farsi come noi.

All’interno della comunità cristiana vi sono tanti piccoli!

Vi sono piccoli perché semplici, che vivono la loro fede con semplicità e senza grandi ragionamenti.

Vi sono i piccoli che vivono in uno stato di incoscienza per il loro peccato.

Vi sono piccoli perché… divorziati.

Vi sono piccoli che non si comportano bene.

Vi sono piccoli che fanno fatica a camminare sulla via della vita.

Vi sono piccoli che mettono a posto i fiori in chiesa e accendono le candele.

Vi sono piccoli giovani: scalmanati e che fanno la cresima non si sa neppure il perché.

Vi sono piccoli anziani gettati in un angolo dopo aver lavorato per una vita.

Vi sono piccoli adulti stressati dal lavoro.

Vi sono piccoli perché omosessuali.

Proviamo a pensare a quegli atteggiamenti che da noi sono svalutati come fede da poco conto e pensiamo a delle persone che hanno questi atteggiamenti: questi sono i piccoli. Per queste persone il Signore viene, perché Il Padre nostro che è nei cieli non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.

Andare alla ricerca della pecora smarrita non significa giudicare quella persona, ma significa amarla. Cercarla non significa dire che quella persona è lontana, ma sentirci vicini a quella persona. Significa sentire il suo bisogno e lasciarci provocare dal suo bisogno. L’avvicinamento non avviene grazie al fatto che quella persona cambia, non è più quello che è sempre stata: sarebbe un pretendere uno sforzo disumano da una persona che di per sé è già affaticata nel suo cammino.

Siamo noi che dobbiamo avvicinarci a lei, non lei a noi.

Quante paure per questo atteggiamento: ma che cosa penserà e dirà la gente? Se noi facessimo questo quanti direbbero: ma non sei capace di farti i fatti tuoi? Cosa vai a mischiarti con certe cose? Perché ti fermi a soccorrere un poveraccio, che forse se l’è voluta, e che è lì per strada e sta male? Perché rischiare di andare incontro a dei guai? Perché rischiare di infettarti con malattie strane? Tanto quella persona comunque andrà a finire male, non perdere tempo e fatti i fatti tuoi! Sono persone inutili alla società e alla chiesa, quelle. Ma il Padre nostro non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.

La comunità è fatta di piccoli che facilmente si smarriscono: se nessuno li cerca sono perduti. Il piccolo è da accogliere. Un’accoglienza fatta di non scandalo: non posso scandalizzarmi farisaicamente io, non posso scandalizzare lui, non posso cioè essere pietra di inciampo per il suo cammino e per il mio. Il piccolo: il piccolo che è dentro di me e che ha bisogno di attenzioni particolari, di coccole, di attenzioni; il piccolo che è accanto a me, del quale poco mi accorgo e che magari è anche poco simpatico, piccolo e sporco.

Il piccolo è da cercare quando è smarrito: non far finta di niente, dire che va tutto bene, che tanto è lo stesso, che l’importante è che uno non faccia del male e poi… L’attenzione al piccolo non è un giocare al ribasso, ma è un giocare al rialzo. L’attenzione al piccolo è una delle azioni più alte che noi possiamo vivere come persone che amano gratuitamente e senza pretese. Non è un pretendere poco perché altrimenti non tutti ce la fanno, ma è un pretendere molto perché tutti possano trovare il loro posto all’interno della comunità.

Il piccolo è da correggere se deviato, da perdonare settanta volte sette se ha peccato.

Questo significa accogliere veramente l’altro nella sua qualità di figlio. Cemento della comunità è vivere i propri limiti e quelli altrui come luogo di comunione, di aiuto e di perdono reciproco.

La comunità cristiana non è una setta di giusti che si separano dai peccatori; è una comunità di graziati che graziano, di perdonati che perdonano. Il Signore che si incarna per ricercare ognuno di noi, pecorella smarrita, è il centro di ogni cura e attenzione: la ricerca del fratello smarrito. Gesù mette al centro della sua attenzione gli emarginati perché nessuno di loro vada perduto. Amatevi come io ho amato voi!

Questa è un’impresa ardua e faticosa che deve combattere contro il nostro cuore refrattario; deve combattere contro i pregiudizi della gente; deve combattere contro la non volontà del piccolo di essere messo al centro della nostra attenzione. Con la nostra perseveranza salveremo le nostre anime e quelle dei nostri fratelli. Fratelli che interessano e debbono interessare anche noi: non ci si salva da soli.

E quando avremo trovato una pecorella smarrita: rallegratevi per quella!

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19 Aprile 2025 Sabato Santo

“… Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.

da una meditazione sul Sabato santo di Joseph Ratzinger

18 Aprile 2025 Giovanni 18, 1-19, 42

L’atto di fede nasce dalla croce:

No, credere a Pasqua non è giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera è al venerdì santo
quando Tu non c’eri lassù!
Quando non un’eco risponde
al tuo alto grido.

D. M. Turoldo

17 Aprile 2025 Giovanni 13, 1-15

Nella bacinella dell’ultima cena c’è l’acqua della creazione in cui l’opera di messa in ordine dello Spirito continua ad aleggiare fino a noi, si ritira l’acqua del diluvio per fare spazio a un’umanità nuova, si apre l’acqua del Mar Rosso per mostrare la strada che porta alla terra della libertà, scorre l’acqua del Giordano in cui Cristo si fa solidale con ogni donna e ogni uomo di ogni tempo, sgorga l’acqua dal costato del crocifisso fonte inesauribile di consolazione per tutti quelli che hanno sete di Vita.

P. Lanza

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