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10 dicembre 2019 Matteo 18, 12-14

Giovanni Nicoli | 10 Dicembre 2019

Matteo 18, 12-14

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?

In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite.

Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».

Per ben comprendere questa parabola non possiamo dimenticarci, come fa la liturgia, dei versetti 10 e 11 che precedono il brano di oggi, che così recitano: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. È venuto infatti il Figlio dell’uomo a salvare ciò che era perduto”.

Ricordo anche il salmo 118, il salmo della Parola e dell’uomo giusto. Tale salmo al versetto 176, l’ultimo di questo salmo molto lungo, dice: “Come pecora smarrita vado errando; cerca il tuo servo, perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti”. Questo salmo che ci presenta l’uomo che si ritiene giusto, termina ricordando che quest’uomo nella sua giustizia si è smarrito: ti ringrazio perché non sono come gli altri, prega il fariseo al tempio, che torna a casa sua non giustificato! Questo uomo giusto capisce che ha bisogno di essere cercato perché lui stesso è pecora smarrita. Ma smarrita dove, se è così bravo? Forse smarrito proprio nella sua giustizia che usa come clava contro il prossimo.

Abbiamo bisogno di essere cercati. È bello essere cercati, ma ancora più è importante essere cercati non per le nostre professionalità e/o bravure, quanto invece perché l’uomo e la donna esistono perché sono cercati nel loro essere smarriti. Non ci interessano le professionalità tanto importanti anche all’interno della chiesa, ci interessa la vita di ogni uomo, soprattutto quello smarrito. Se non vi è attenzione allo smarrito e allo smarrimento nostro e del prossimo, non vi può essere né comunità né tantomeno famiglia.

Oltretutto è di una bellezza, quella bellezza che salverà il mondo, infinita. Ci ricorda anche il profeta Isaia (40, 11): “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri”. Questa è la nostra fede, questo è il centro di ogni nostro agire. Non ci possono interessare più di tanto i bravi e i bei gruppi e movimenti: camminano da sé, speriamo non come talebani. Ci debbono interessare le pecore smarrite di cui il mondo è pieno. Non abbiamo bisogno di più preti per la vita della nostra chiesa, abbiamo bisogno di gente che cerca e che dona attenzione allo smarrito andando per monti e colli, per valli e pianure.

Questo significa che al centro della nostra vita come popolo di Dio, sia nelle famiglie come nelle comunità, c’è l’attenzione al piccolo. Lui è il più grande, lui è il più importante, lui è il fondamento di ogni convivenza. Ogni tipo di comunità è possibile solo se al centro della sua vita non sta il desiderio di prevalere sull’altro, quanto invece il servizio. Il servo non è più grande del suo padrone per questo Cristo, incarnazione della Trinità, si è fatto servo, servo obbediente, perché potessimo finalmente cogliere che il Padre è a servizio dei suoi figli, la Madre non sta sopra di loro ma al loro livello. Diversamente come potrebbe portare gli agnellini sul petto? Nell’accoglienza del più piccolo sta la forza e la vita per potere stare insieme. Diversamente ci sovrasta solo la maledizione della competizione che non è interessata alla persona e alla comunità/famiglia, anzi che fa proprio il contrario della vita di insieme.

Non possiamo mettere al centro della nostra attenzione e della nostra fede il singolo, che poi sono io. Se vogliamo che il singolo diventi persona e quindi comunità, non possiamo fermarci ai suoi bisogni. È bene avere attenzione ai propri e altrui bisogni, ma se ci fermiamo a quelli facciamo solo del marketing di bassa lega: fine a se stesso e al suo guadagno. Ma se ci interessa la vita allora la suonata cambia. Non sono le nostre necessità, non sono i nostri desideri, non sono neppure i nostri sogni che strutturano famiglia e comunità, quanto piuttosto l’accoglienza e l’esercizio della misericordia. Sì quella misericordia Materna e Uterina che genera a vita nuova.

Gli smarriti non possono continuare ad essere oggetto del nostro occhio torvo che cerca solo chi condannare e colui o colei di cui lamentarci. Gli smarriti, cioè noi, hanno bisogno di attenzione, di qualcuno che sia ancora missionario, di qualcuno che vada a cercarli. Ricerca essenziale per noi mandati, ricerca essenziale per noi ricercati: solo così costruiremo l’umanità che è umanità di fede che spera vivendo la bellezza della carità.

Noi con le nostre condanne non facciamo altro che definire coloro che sono smarriti come dei persi. In realtà ci siamo persi noi preoccupati come siamo dell’ortodossia più che della ortoprassi come espressione di un cuore buono.

Così vivremo il Figlio che è venuto a cercare ciò che era perduto. Così vivremo la figliolanza con la Paternità che non vuole che nessuno vada perduto. La chiesa non può continuare a vivere i bravi come centro della sua natura. Agli occhi del Padre ciò che vale di meno vale di più. L’ultimo dei suoi uomini è amato dalla Madre perché suo figlio. Noi smarriti e peccatori siamo al centro della passione di Dio. Il centro della nostra cura pastorale, della nostra missionarietà è lo smarrito, proprio il contrario di quello che normalmente noi facciamo nella nostra vita e nelle nostre comunità di fede.

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