Matteo 18, 15-20
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Quanto il vangelo dice lo sento sempre più cosa attraente. Ma più la sento attraente e più mi sento inadeguato. Colgo l’invito profondo di umanità che c’è nelle parole così umane del vangelo, negli esempi così quotidiani, ma allo stesso tempo ne sento la mia inadeguatezza. Più ti avvicini e più si allontana, come un orizzonte irraggiungibile. Ma allo stesso tempo più ti avvicini e più vedi chiaramente la bellezza e la verità dell’invito ad essere parte della Buona Notizia, vale a dire della dinamica vitale della Trinità.
Tanto più si chiarisce l’orizzonte, tanto più emerge la tua inadeguatezza, il tuo non sentirti capace di una tale verità. Capace nel senso di sapere contenere, capace nel senso di capacità. Ed è vero: chi di noi può mai contenere l’Infinito? Eppure siamo chiamati a riceverlo. Ma nel riceverlo c’è una chiamata al non esaurirlo perché incapaci, perché non abbiamo un recipiente così grande, perché il nostro cuore limitato non può contenere il cuore illimitato dell’Infinito. Eppure l’invito alla fede è proprio invito ad accogliere e a ricevere e a contenere senza mai esaurire la fonte. Quando non cediamo alla tentazione, perché di questo si tratta, di esaurire la fonte, la sorgente, noi sappiamo che ogni volta che la sete ci attanaglia noi possiamo ritornare a dissetarci.
Più conteniamo l’infinito che è presente nella sua totalità pur in un suo frammento, un frammento che grida “Sono Io – Io Sono”, e più noi ci umanizziamo divenendo sempre più Lui. Più Lo conteniamo e più ci accorgiamo di non contenerlo, di non comprenderlo, di non capirlo, di non viverlo.
È la bellezza e la frustrazione della dinamica vitale di ogni esistenza. Più la gusti e più la vorresti, più la desidereresti e più ti manca, più ti manca e più ne senti la frustrazione, più ne senti la frustrazione (e ti permetti di sentirla come sana insoddisfazione) e più ne vai alla ricerca perché la vivi come fuoco che ti brucia dentro e che ti dice che non puoi rinunciare a tanta bellezza e a tanto amore.
E siamo all’inadeguatezza: non ne sono capace. Non sono capace di perdono, non sono capace di avvicinarmi al fratello che pecca. È più facile criticarlo e gestire la cosa lavorando dietro le spalle. Forse di fronte a questa incapacità non ci rimane altro che il silenzio.
Unirsi nella preghiera ed essere uniti e vivere uniti nella preghiera, significa vivere da fratelli. I fratelli che pregano insieme vivono insieme e suonano una dolce sinfonia che è gioia agli orecchi del Padre.
È chiaro cosa siamo chiamati a chiedere insieme al Padre: mettere al centro del nostro vivere il piccolo che non ha diritti, come il più stimabile dei fratelli non per merito ma per amore di Dio in noi; essere gente che si dispiace quando ci si perde e quando un fratello si perde, per questo vive la ricerca del perso come la passione della propria esistenza. Una passione sempre limitata dalle nostre remore ma sempre ribadita dal cuore del Padre che batte in noi.
Siamo chiamati a vivere, e quindi a chiedere al Padre pur nella frustrazione delle nostre incapacità, di potere vivere sulla terra il potere stesso di Dio Padre che accoglie e non scandalizza i suoi piccoli col rifiuto; che ricerca gli smarriti; che non gli interessa altro che riguadagnare i perduti, cioè noi. In altre parole: di perdonare tutti.
Semplicemente devastante questa parola se ne cogliamo tutta la sua forza e allo stesso tempo semplicemente umana e vitale.
Non ne sono capace è vero, perché non posso contenere l’Infinito, ma posso farmi contenere da Lui e posso contenere un frammento che è parte del tutto, di tutto l’Amore possibile.
Dove i fratelli si uniscono è presente il Figlio. Per questo la preghiera dei fratelli rivolta al Padre nel nome del Figlio grazie allo Spirito è infallibile: il Signore è in mezzo a noi come il bambino che Gesù ha posto in mezzo a loro!
Una colpa non è solo la violazione di una regola, ma la ferita di una relazione.
E le relazioni si curano nel dialogo. Per questo ci è stato dato un potere speciale:
legare e sciogliere. Significa saper riannodare i legami spezzati,
riportare armonia dove c’è divisione.
Vitali
Giungere a saper sciogliere l’altro dalle mie interpretazioni spesso false e riduttive, dai miei biechi pregiudizi, per poterlo finalmente accettare in quanto altro,
è dono dello Spirito, che illumina l’altro nella sua luce preziosa, e illumina me insegnandomi cosa fare in ogni istante per il suo bene.
- Scquizzato
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