Matteo 19, 13-15
In quel tempo, furono portati a Gesù dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono.
Gesù però disse: «Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli».
E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.
Non amo dovere ripetere le cose, è un fastidio che viene da lontano, ereditato. Di fronte alle ripetizioni “fastidiose” sento il bisogno dell’altro di convincerti, di carpire la tua adesione a ciò che loro dicono, la loro ansia che la cosa non sia ben recepita. Normalmente più si manifesta il fastidio per questo e la voglia di tagliare corto e più l’altro rincara la dose. L’ansia va alle stelle e la ripetizione diventa infinita. A volte la ripetizione è solo un bisogno di sicurezza in chi la esprime, cercando di chiarire ciò che sembra ancora oscuro.
Il vangelo, la Sacra Scrittura, riporta spesso delle ripetizioni. Ripetizioni di brani, quale può essere quello odierno, ripetizione di parole e affermazioni, ripetizione di cose successe. Eppure non mi infastidisce alla stessa maniera.
La ripetizione di parole o avvenimenti, nella Bibbia, è segno di una importanza data a quella cosa o a quel fatto o a quella parola. Se Gesù, per la seconda volta in due capitoli, si rimette al centro dell’attenzione della comunità come saggezza bambina, significa che qualcosa di particolarmente importante ci vuole dire. La ripetizione è sottolineatura, un sostare voluto su un argomento che ha un significato importante. Ripetere per penetrare, per assimilare, per assorbire, per trapassare il cuore perché non esca più.
Centrale, in questa ripetizione, è l’evidenziazione della sapienza del vangelo. E la sapienza del vangelo è Il Figlio che manifesta che Dio è Padre. E tale sapienza è propria dei piccoli, ed è nascosta ai sapienti e agli intelligenti, perché si esprime con una semplice parola: “Abbà, Padre”. Questa sapienza è rivelata ai bambini che continuamente gridano la loro figliolanza e il loro bisogno di papà e mamma. Non hanno bisogno di grandi giri di parole, non hanno bisogno di grandi pensieri e ripensamenti. È una cosa automatica chiamare papà e mamma ed evidenzia subito un bisogno ed evidenziando un bisogno manifestano la sapienza del vangelo da cui dipendono tutti i nostri rapporti con persone, vicende e cose: e la sapienza è questa siamo figli, essere figli, accettare di essere figli.
Ai bambini la saggezza evangelica, stoltezza per i greci e scandalo per i giudei, fa fiorire sulle labbra la Parola, il grido che esprime il Padre e genera il Figlio nell’unico amore: “Abbà”.
In questo grido da bambini, si manifesta tutto l’uomo, la sua vera e profonda essenza. E l’essenza è questa: noi esistiamo in quanto accolti e amati, niente più. Qui c’è tutta la sapienza del vangelo a cui ispirare la nostra esistenza.
Noi diventiamo cristiani adulti se accettiamo non di essere autonomi e autosufficienti, ma se accettiamo di essere accolti ed amati nella nostra piccolezza. Solo così possiamo comprendere il segreto di un Dio Padre e Madre, solo così possiamo cogliere la sapienza di avere alla base di ogni rapporto e scelta, la fraternità. Siamo figli e ci facciamo fratelli: niente più.
Il sì, l’eccomi, è il sì all’essere figli e fratelli, generatori di figli e fratelli. Pensiamo alla bellezza del battesimo così vissuto e accolto, anche per i nostri bambini. La mia identità sta in questo: nell’accettare dell’essere figlio in relazione con gli altri che sono miei fratelli.
Una sapienza scandalosa, una sapienza da pazzi, una sapienza da sognatori. Un sogno che è bello riscoprire ai giorni nostri!
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30 Marzo 2026 Giovanni 12, 1-11
Noi vorremmo provare a entrare in questa settimana Santa accompagnati dal profumo del nardo di Maria, dall’immagine di questo aroma che si espande fino ad arrivare addirittura sotto la croce. Sarà questo il modo migliore per tenere lontane le continue immagini di morte che ci vorrebbero distogliere dal profumo della vita che Cristo ci è venuto a donare con la sua Risurrezione.
Dehoniani
Hanno deciso la tua morte, ma io ti profumo con ciò che fa vivere, l’hai insegnato Tu che l’amore fa esistere.
Tu ci hai riempito d’amore. Ci ami troppo, piccoli e peccatori come siamo, e io ti ricambio con questo troppo di profumo.
Ermes Ronchi
29 Marzo 2026 Matteo 21, 1-11
La Parola non è prima di tutto un comando, una direzione, un cosa fare, ma una promessa che vince anche le nostre morti. L. Vitali
Per noi l’eternità è una questione di quantità (un tempo che non finisce), ma nel Vangelo l’eternità è questione di qualità. Gesù non promette ai suoi discepoli un ombrello assicurativo per ripararli dagli inconvenienti che possono capitare (uno tra tutti la morte) ma insegna che a decidere la felicità o l’infelicità, la realizzazione o il fallimento personale non è ciò che capita, ma il modo con cui reagiamo a ciò che capita: sostenuti, nutriti e guidati dalla sua parola sarà sempre possibile scegliere di amare, perciò di scegliere la vera vita (anche sulla croce). P. Lanza
28 Marzo 2026 Giovanni 11, 45-56
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Giovanni Nicoli | 17 Agosto 2024