Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli». A queste parole i discepoli rimasero costernati e chiesero: «Chi si potrà dunque salvare?». E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».
Allora Pietro prendendo la parola disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna.
Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».
Gran parte delle nostre scelte del maledetto quotidiano, hanno come scopo ultimo quello di acquisire sempre più sicurezza. Uno scopo diabolico perché ci porta ogni giorno ad aumentare gli sforzi, le fatiche, l’impegno, e ogni giorno, sempre più, ci ritroviamo con una sicurezza che a dire molto, assomiglia a un pugno di mosche.
La stanchezza per un impegno sempre più grande si assomma alla delusione per i risultati di un impegno che risulta sempre più inutile.
Quante famiglie hanno perso una barca di milioni a causa di una borsa e di una finanza che fa le bizze, a causa delle banche che comunque non ci rimettono mai sulla pelle della gente comune?
Ma noi ancora non capiamo e ci intestardiamo a lavorare di più, a correre di più per raggiungere quella sicurezza che è irraggiungibile, perché solo un miraggio.
Quante cose sacrifichiamo sull’altare di questa chimera della sicurezza che crediamo solo l’economico ci può dare?
Vogliamo costruirci una posizione e sacrifichiamo la famiglia con il rischio, ogni giorno sempre più reale, di perderla. Ci diciamo che se due litigano…, in fondo nella vita si può sbagliare per cui…, ma non guardiamo mai fino in fondo a quanto tempo…: impegno ed energie ci mettiamo per rendere viva una realtà che diversamente diventa sempre più arida!
Preferiamo il fallimento piuttosto che la ricerca di una via nuova, piuttosto che rinunciare alla falsa sicurezza della salvezza della roba.
Gesù annuncia che difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli, anzi che è impossibile che un ricco entri nel regno dei cieli. Gli apostoli, che nella ricchezza hanno sempre creduto come una benedizione dal cielo, subito rispondono: chi dunque potrà mai salvarsi?
Nessuno!
Perché è innanzitutto impossibile che noi ci salviamo da noi stessi ed è ancora più impossibile che noi ci salviamo grazie a quanto possediamo.
Per denaro non ci si salva, ci si perde.
Per denaro non si fa ecologia, si distrugge il pianeta.
Per denaro non si fa condivisione, si sfrutta l’altro e sulla sua pelle ci si guadagna.
Per denaro non si sviluppano i popoli, si sfruttano e si distruggono perché territori immensi possano essere a disposizione per il “progresso” e per la globalizzazione.
Per denaro non si fa solidarietà, si ricercano sempre nuovi campi di sfruttamento.
Per denaro non si costruisce la famiglia e l’amicizia, li si sacrifica sull’altare del tempo che non basta mai per il grande scopo illusorio della nostra esistenza: l’avere.
Solo Cristo ci può salvare. Il regno è dei poveri in spirito. Per questo i ricchi difficilmente vi entrano: devono prima diventare poveri!
I discepoli ritengono che le ricchezze siano un aiuto, non un impedimento. Sono ancora vittime dell’inganno delle ricchezze: non sanno che il cuore, schiavo dell’egoismo, volge in male ogni bene. Sono colpiti all’improvviso al vedere di come sia impossibile la libertà che fa entrare nel Regno.
I discepoli, la chiesa, noi: anziché mettere al primo posto l’annuncio del regno, siamo preoccupati che gli altri ci riconoscano e non ci prendano in giro. Ultimamente è tornata fuori la polemica sulla carta costituzionale dell’Europa dove non si vuole ammettere che l’Europa abbia radici cristiane. È la più grande stupidata che si possa affermare: a meno che qualcuno ne veda il guadagno magari di voti. Ma non è questa ricchezza a cui dobbiamo tendere.
La chiesa deve essere messa da parte, deve essere irrisa (di questo non ci possiamo lamentare): è nel suo DNA. Ma alla comunità cristiana non deve interessare questo, deve invece interessare di incontrare ogni persona e di annunciare a lei la buona novella: lì non sarà mai irrisa.
Non possiamo lamentarci che il mondo non ci gratifica con le sue presenze e con i suoi applausi: è roba da ricchi questa, roba da gente che pensa ancora di salvarsi da sé. È la grande eresia della comunità di sempre!
Nessuno è libero, nessuno può salvarsi! Solo Dio può salvarci. È solo l’incontro con il volto di Cristo, che ci risveglia nel cuore la verità che era fin dal principio e che dall’inizio fu sepolta da menzogne e paure e che ancora oggi continua a essere sepolta sotto la chimera salvifica della ricchezza.
Lasciare tutto per lui non è seguire un’idea, non è un cavalcare l’onda dell’entusiasmo, non è neppure andar dietro a una utopia.
Seguire lui vuol dire lasciarsi continuamente spostare orizzonti e confini.
Savone
Liberaci dall’indigenza che è un vuoto vuoto e dacci la povertà che è un vuoto pieno, un vuoto ricco, un deserto fiorito, un cammello che passa dalla porta; dacci quella povertà che è ricchezza colma di te e di ogni bene della terra. […] Dacci, quindi, Signore, la tua povertà ricca.
Zarri
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21 Aprile 2025 Matteo 28, 8-15
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“… Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.
da una meditazione sul Sabato santo di Joseph Ratzinger
Giovanni Nicoli | 22 Agosto 2023