Matteo 19, 27-29

In quel tempo, Pietro disse a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?».

E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna».

L’essenziale è seguire, il lasciare, pur sembrando una premessa, è una conseguenza. O meglio: per potere seguire bisogna lasciare, bisogna essere disposti a perdere qualcosa, bisogna scegliere di aprire una porta e chiuderne altre, ma il vero lasciare avviene solo quando scegliamo di seguire. Solo il seguire può motivare il lasciare. Se non vogliamo che il nostro lasciare sia solo uno sforzo che presto o tardi manifesta tutto il suo fiato corto.

Il problema del seguire non comporta un guadagno, il problema del seguire vede solo ciò o chi si segue. Tutto il resto è secondario, qualcosa che ha la sua importanza ma una importanza che non è fondamentale.

Fondamentale è la nascita del bambino non le fatiche o i dolori o le preoccupazioni. Dolori e preoccupazioni non avrebbero alcun senso senza una vita nuova. Con una vita nuova emergono i dolori e le preoccupazioni ma passano in secondo piano rispetto alla gioia per una nuova nascita. In secondo piano nel senso che non bloccano la scelta, la sequela: per questo il bambino nasce. Quando invece le preoccupazioni divengono prioritarie allora il bambino non nasce mai, noi non lasciamo mai nulla e ci rifugiamo nelle nostre false sicurezze.

Oggi festeggiamo san Benedetto, patrono di Europa. Di fronte ad un mondo corrotto, quale può essere il nostro, lui ha fatto una scelta: quella di abbandonare tutto e di ritirarsi. Ma che la sua non fosse una fuga dal mondo, lo dimostra quello che i suoi benedettini sono stati per i secoli a venire, fino alle porte del nostro mondo moderno.

Il suo ritirarsi l’ha portato a esprimere la sua fede nella regola dell’“ora et labora”. “Prega e lavora” è stata una rivoluzione per una società decadente come quella in cui viveva. E i suoi monaci hanno rifatto l’Europa con il Libro – la Bibbia – in una mano e l’aratro nell’altra. Hanno evangelizzato tutta l’Europa e hanno creato le premesse per uno sviluppo impensabile. Il tutto per un unico scopo: quello di onorare gli uomini. Cosa che la società di allora, come quella di oggi, non riusciva a vivere. L’uomo non come mezzo per l’economia o per il potere o per i propri scopi politici, ma l’uomo come fine di ogni impegno e di ogni scelta.

La preghiera e il lavoro come luoghi dove, nell’incontro con Dio, noi possiamo costruire qualcosa di bello. Ed è rivoluzionario anche oggi dove il lavoro sembra fine a se stesso e fine a produrre cose da distruggere e consumare. Forse non abbiamo ancora colto quanto questa dinamica lavorativa sia distruttiva per la dignità della persona umana, prima, e per la società, poi.

Lasciare per seguire, seguire per lasciare, è quanto ci viene donato oggi dal vangelo. Lasciare tutte le nostre false sicurezze schiavizzanti, abbandonare tutto quello che sembra crei sicurezza ma che, in realtà, non è altro che un forte potenziale distruttivo per la dignità della persona umana, necessita di una forte motivazione. Seguire Lui è la nostra forza motivante. Ma non solo, è anche la sorgente della nostra forza motivante.

Anche noi oggi, noi cristiani, siamo chiamati a compiere una rivoluzione. Benedetto l’ha realizzata con i suoi monaci con la croce, il libro e l’aratro. A noi tocca scoprire grazie alla croce e al libro, quale è il nostro aratro oggi. Seguire il Signore e ascoltarlo per scoprire l’aratro moderno, è quanto il Signore chiede a noi oggi.

Allora diverremo liberatori dalla schiavitù di una falsa libertà in cui l’uomo moderno, cioè noi, si dibatte.

La preghiera e il lavoro in seno ad una comunità è la forza rivoluzionaria del monachesimo benedettino. Proviamo a pensare solo cosa può volere dire questo messaggio per i nostri oratori estivi; per i nostri campeggi; per le nostre famiglie. Pregare e lavorare, non tanto divertirsi, sarebbe una rivoluzione per i nostri begli incontri patinati. Belli ma, credo, alla fin fine poco educativi.

Non si può lasciare senza aver trovato e non si può trovare senza aver lasciato. È il gioco della vita: il gioco del seme che muore, della pelle di serpente che muta, del bruco e della farfalla, della notte e del giorno, del mantice del respiro che ci tiene in vita.

Spoladore

Gesù ci chiede un lavoro sul “possesso” per farci sperimentare una vita libera, non più succube delle rassicurazioni ma messa in grado di sentire il gusto di ogni cosa. In questo senso una libertà simile centuplica la vita.

L.M. Epicoco

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22 Aprile 2026 Giovanni 6, 35-40

La vera presenza è il Signore. Se non viviamo la sua Presenza reale siamo come dei morti, degli alienati, al di fuori di noi stessi, e nessuno ci conosce e ci riceve. Non viviamo in nessun luogo, perché l’unico luogo che veramente ci accoglie è il Corpo di Cristo. Questo Corpo è il mondo nuovo che tutti ci accoglie. L’uomo non può essere veramente presente che in Lui.

Divo Barsotti

Il mondo dovrebbe essere così: chi ha bisogno va aiutato.

Gino Strada

21 Aprile 2026 Giovanni 6, 30-35

Il pane d’ogni bocca,
di ogni uomo, in ogni giorno,
arriverà perché andammo
a seminarlo e a produrlo,
non per un uomo soltanto ma per tutti,
il pane, il pane per tutti i popoli
e con esso ciò che ha forma e sapore di pane
distribuiremo:
la terra, la bellezza, l’amore,
tutto ciò ha sapore di pane,
forma di pane, germinazione di farina,
tutto nacque per essere condiviso,
per essere donato, per moltiplicarsi.
Pablo Neruda

20 Aprile 2026 Giovanni 6, 22-29

Aspiro al donatore più che ai suoi doni.

Non è tanto dal legame della speranza

quanto dalla forza dell’amore che io sono attratto.

Non è dei doni, ma del Donatore che ho sempre la nostalgia.

Gregorio di Narek

Noi non siamo capaci di moltiplicare, se non condividendo con gli altri ciò che abbiamo ricevuto in dono: pane, gioia, e quindi vita. Andare oltre il segno del Pane, vuole dire anche questo. E’ darsi da fare per il cibo che rimane per la vita eterna, è compiere le opere di Dio, ed è credere in colui che egli ha mandato.

Dehoniani

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