Matteo 21, 33-43.56-46
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.
La nostra smania di essere proprietari di qualsiasi cosa che noi tocchiamo è un simbolo della libertà che Dio ci dona ma anche, e soprattutto, della distorsione della visione di Dio che noi abbiamo. Pensiamo Dio come un padrone, cosa che non è, e ci comportiamo da padroni nei confronti di tutto ciò che avviciniamo e tocchiamo.
Pensiamo di essere dei Re Mida che trasformava in oro tutto ciò che toccava, e siamo contenti della nostra bravura e ci gloriamo della nostra capacità cumulativa. Ma Dio non è padrone come noi non siamo chiamati ad essere padroni di nessuno e di niente.
Dio non si appropria di niente e di nessuno, al contrario dona tutto a tutti fino a dare se stesso. La nostra cecità che ci induce in errore è quello di pensarlo padrone e dominatore e di volerlo imitare in questa sua falsa identità.
Dio è Padre e ha cura della creazione che è uscita dalle sue mani. Egli pianta la vigna con cura e con pazienza la fa crescere. Fa questo gustandosi la gioia dell’incontro fecondo con la terra. Piantare una vigna e prendersene cura è un’azione che sintetizza il nostro discepolato nei confronti di Cristo ma anche il nostro essere figli. Piantare una vigna, prendersene cura per gustarne i frutti: più bello di così!
Noi rispondiamo all’amore del Padre per noi tramite la vigna, condividendone i frutti con i fratelli. Al Padre si risponde amando i fratelli, nulla più. Né sacrifici né incensi, ma condivisione.
La chiamata è chiara: rispondere all’amore del Padre coltivando e custodendo il giardino che ci è stato consegnato. Sembra cosa da illusi ma o riusciamo a trovare una via che segua questo cammino o finiremo per distruggere il giardino, i nostri fratelli. O seguiamo e imitiamo il Padre o finiremo per consegnare un mondo distrutto ai nostri figli semplicemente perché non vi sarà più possibilità di piantare una vigna, di coltivarla, di prendersene cura e di goderne i frutti nella condivisione.
Dio Padre con la Parola crea tutto soffiando il suo Spirito sul creato. Lui non è un padrone che fa lavorare per rapirne i frutti, come noi quando ci comportiamo da padroni. Lui lavora personalmente e a sue spese, senza alcun vantaggio se non la felicità del figlio a cui consegna la vigna. Pianta con cura la vigna, vitigno per vitigno; la cinge di una siepe che la avvolga con le sue braccia e le sue ali protettive; vi scava un torchio nella roccia perché possa goderne il frutto, come simbolo dell’altare sul quale si dona Gesù misericordia di Dio; costruisce una torre come simbolo del suo vegliare su di noi. Infine va in un paese lontano, per donare a noi la libertà.
Dio Padre affida a noi suoi figli la vigna non perché la possediamo ma perché la custodiamo come Lui l’ha custodito. Ed emigra perché Dio non è un impiccione. All’uomo fa dono di tutto per davvero e non per finta. Gli dona la sua parte di eredità quando ancora è vivo, non aspetta di morire. Se ne va per tempo e lascia campo libero. Dopo la creazione si assenta per affidare alla responsabilità dei figli la vigna del creato. Ed è presente nell’amore tra fratelli. Lui emigra, va all’estero, diventa straniero che cerca accoglienza. Accoglienza realizzata nel non divenire padroni della terra, ma giocandoci in modo maturo da figli che condividono. Una possibilità di salvare il mondo e il creato è proprio questa: smetterla di fare da padroni. I poveri sono le nostre vere banche di cui nessuno ci deruberà. Se continueremo a giocarci da padroni l’unico esito sarà la distruzione di quanto ci è stato donato: non c’è via di scampo a questa nostra follia collettiva possessiva. L’amore viene distrutto dal possesso dello stesso: non è più amore. Così le cose, gli affetti, le amicizie, le proprietà!
Invano l’uomo tende a ridurre la vigna a un suo possesso e a considerarla una sua costruzione. Nascono Stati, Chiese intorno a quella vigna, ma essa sfugge ad ogni recinto, e si posiziona nuovamente dentro ad ogni uomo che si mette in viaggio verso Se Stesso.
E. Avveduto
Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI
Guarda le meditazioni degli ultimi giorni
15 Maggio 2025 Giovanni 13, 16-20
Gesù spariglia le carte, divinamente: lui nel gioco è quello che lava i piedi! E ci dice che noi, inviati o servi, non siamo più grandi di lui che ci invia. Ecco il nostro posto, fondamento della nostra felicità più intima: fare qualcosa per il sollievo degli altri, con amore, con intenzione, senza altezzosità. Chi “alza contro di me il calcagno” si mette inevitabilmente in una posizione più alta, per schiacciare; chi lava i piedi sta inevitabilmente in basso, per rendersi utile, servo.
Andrea Piccolo
14 Maggio 2025 Giovanni 15, 9-17
Per diventare amici bisogna mangiare un chilo di sale insieme, ma quel chilo non basta se non è alimentato dalla lealtà reciproca. L’amicizia è un legame prezioso e delicato, che si costruisce lentamente attraverso il tempo e la condivisione. A volte, basta una piccola incrinatura nella lealtà per far svanire quel rapporto speciale. L’amicizia richiede dedizione, pazienza e soprattutto il desiderio di essere sempre presenti, leali e autentici.
Erri De Luca
Amatevi gli uni gli altri in reciprocità, in un faccia a faccia che si prende cura dell’altro. Come Gesù si è fatto canale dell’amore del Padre, così ognuno si farà canale libero perché l’amore circoli nel corpo del mondo. Se ti chiudi, in te e attorno a te qualcosa muore, e la prima cosa a morire è la gioia.
E. Ronchi
13 Maggio 2025 Giovanni 10, 22-30
Ascoltando le parole di Cristo, lasciandole crescere in noi, noi entriamo nella stessa vita di Dio, la vita eterna. La vita eterna è la fioritura di tutto il nostro essere nell’infinita vita di Dio. Questa maturazione, questa dilatazione del nostro essere più vero non avviene soltanto nel paradiso, avviene qui sulla terra: quando l’uomo fecondato dalle parole di Cristo, diventa una creatura differente, capace di rispettare tutta la vita e di sentirsi una sola cosa con tutti gli esseri viventi.
Giovanni Vannucci
Giovanni Nicoli | 6 Marzo 2026