In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
La pagina evangelica odierna, la pericope del “tributo a Cesare”, è la prima di tre dispute in cui Gesù è trascinato dai suoi avversari che cercano di tendergli un trabocchetto. Se la prima (Mt 22, 15-21) è politica, la seconda e la terza sono di ordine religioso e vertono sulla fede nella resurrezione (Mt 22, 23-33) e su quale sia il comandamento più importante (Mt 22, 34-40).
L’attenzione è normalmente rivolta alle parole di Gesù sul dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Ma la prima e maggior parte del testo è occupata da annotazioni che mettono in luce le intenzioni perverse degli avversari di Gesù e le loro macchinazioni.
I vv. 15-17 mostrano la preparazione del trabocchetto nei confronti di Gesù: mentire fa sentire all’uomo un senso di potere perché con la menzogna egli ricrea la realtà e si prende gioco degli altri. Il menzognero sa, a differenza di colui a cui mente, e si trova in vantaggio nei confronti di Gesù: questo fanno i farisei, scelgono la menzogna.
Si parla di un “tenere consiglio” da parte dei farisei. L’espressione “tenere consiglio”, definisce delle riunioni che sono dei complotti. Essi si radunano per studiare un piano d’azione con il preciso fine di prendere Gesù al laccio con una parola. Vogliono ingannarlo inducendolo a pronunciare parole sulla cui base egli possa essere accusato. Per far cadere Gesù in trappola con le sue parole occorrono parole come trappole.
Infatti, la loro falsità si manifesta nell’invio di alcuni discepoli con gli erodiani per tendere la trappola a Gesù. Come? Con parole di adulazione, parole che dicono il contrario di ciò che i parlanti sentono e pensano. Con parole che sorridono, mentre il cuore esprime odio.
Gesù intuisce la malvagità celata dietro a quelle parole cortesi e subito, con una sicurezza che può stupire, denuncia l’ipocrisia di chi dice una cosa mentre ne pensa un’altra, di chi pone una domanda non per desiderio di conoscere ma per volontà di coglierlo in fallo e poterlo accusare. Questo si chiama manipolazione e abuso.
Loro pronunciano parole che nelle loro intenzioni dovrebbero rendere Gesù ben disposto verso di loro e indurlo ad accogliere come innocente la domanda che gli pongono. Lo chiamano “Maestro”, ma anche questo è falso, perché per loro Gesù non è un maestro, da lui non vogliono imparare. Quindi proclamano il suo essere veritiero, fanno una sorta di confessione di fede nel suo insegnare secondo verità la via di Dio: per due volte in poche parole ricorrono i termini verità, veritiero e la veridicità è esattamente ciò che manca a loro. L’enfasi sulla verità denuncia il menzognero, come l’enfasi sul coraggio denuncia il vile.
Gli interlocutori di Gesù proclamano poi la sua libertà, la sua indipendenza di giudizio, il suo non guardare in faccia a nessuno. Essi dicono cose vere su Gesù: spesso si mente dicendo cose vere, cose rispondenti alla realtà. La domanda che essi pongono è legittima. Ma l’intenzione è altrettanto chiara.
Il testo evangelico, presentando il procedimento ingannevole e manipolatorio degli avversari di Gesù ci pone di fronte e ci mette in guardia dal rischio della doppiezza. Ha molte sfaccettature: quasi quotidianamente ci imbattiamo in mezze verità, in piccole menzogne, in cose dette solo in parte, in comunicazioni dettagliatissime su cose periferiche e reticenti su altre più importanti. Camaleontismo, dissimulazione, finzione, nascondere accuratamente alcune cose che si intende fare e dirne solo alcune più accoglibili. Dire ciò che l’altro si pensa che voglia sentirsi dire e non dirgli ciò che sarebbe più compromettente, non sono che forme di questa penosa quotidianità del mentire.
Il testo dice che Gesù “conosce” la loro “malvagità”. Gesù tuona contro la loro ipocrisia, contro il loro simulare, il loro indossare una maschera, il loro non prendere sul serio la vita, le relazioni e in definitiva nemmeno se stessi. Il menzognero, colui che intenzionalmente dice il contrario di ciò che pensa, è una parvenza d’uomo, uno che abdica alla propria dignità, uno che non ha rispetto di se stesso.
Gesù denuncia questa imperdonabile viltà: l’ipocrita si nasconde dietro una maschera e così può prendersi gioco degli altri. Gesù pone la domanda che spesso mette in crisi le nostre macchinazioni: “Perché?”. “Perché mi tentate?” chiede Gesù. Perché tutto questo?
Se la menzogna ci fa sentire padroni della realtà e degli altri, spesso arriva a schiavizzarci mettendoci in sua balìa. Nelle spire della menzogna si può arrivare a perdere il controllo del proprio agire e a cadere in confusione.
Gesù non mostra alcuna inibizione a maneggiare la moneta, non demonizza il denaro, e afferma la liceità di pagare il tributo, ma aggiunge – e questa è l’originalità di Gesù – che occorre dare a Dio quello che è di Dio. Ecco la libertà di Gesù. La risposta di Gesù, da un lato, evita la politicizzazione dell’immagine di Dio e, dall’altro, si oppone alla sacralizzazione del potere politico.
Søren Kierkegaard commenta questo passo giocando sul tema dell’infinita indifferenza di Gesù nei confronti di Cesare e dell’infinita differenza che egli pone tra Dio e Cesare: “O infinita indifferenza! Che Cesare si chiami Erode o Salmanassar, che sia romano o giapponese, è cosa che a Gesù non importa minimamente. Ma, d’altra parte, quale abisso d’infinita differenza egli stabilì tra Dio e Cesare”.
La vita spirituale è lasciare che Dio metta mano all’affresco che ha dipinto in noi, e piano piano riporti alla luce la bellezza con la quale ci ha pensato. Questa è l’unica immagine che dovrebbe preoccuparci, non quella che stampiamo sulle false monete delle nostre relazioni interessate.
Piccolo
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