Matteo 22, 34-40
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Non si può amare Dio che non vedi non amando il fratello che vedi, dice san Giovanni nella sua epistola. Non si può mettere Dio al di sopra di tutto e poi ricordarci, in un angolino della nostra giornata, del prossimo. Come non si può perdersi in mille cose dimenticando Dio: sarebbe appunto un perdersi.
Meglio ancora sarebbe evidenziare il fatto che non possiamo perderci né in Dio, né nel fratello, né nelle mille cose da fare se tutto questo non diventa luogo di relazione amorosa: sarebbe solo tempo perso e un perdersi in cose fatue, anche se a queste cose mettiamo il nome di religiose o di “legate a Dio”.
Il più grande comandamento che Gesù richiama, dietro sollecitazione del dottore della Legge, è l’assoluto del comandamento dell’amore. E il comandamento dell’amore non può mai mettere in contraddizione l’amore per il Creatore e l’amore per il creato, sarebbe una negazione dell’amore stesso, dell’amore del Creatore per la creazione.
Troppo spesso pensiamo a Dio come ad un signorotto medioevale o a un nobile dei tempi andati, che era ritenuto un Dio rispetto alla plebaglia e che, come tale, si arrogava diritti di ogni genere nei confronti della plebaglia stessa. Meno male che la rivoluzione francese ha spazzato via molto di tutto questo: purtroppo sembra che non vi sia ancora stata una rivoluzione francese che riguardi il nostro Dio. O meglio, c’è stata con il Concilio, ma non sembra avere smosso gli animi più di tanto. Dio è uno che ha diritto su tutto e su tutti, quello che avanza noi dobbiamo accaparrarcelo a denti stretti.
Ma questo non è il Dio di Gesù Cristo, né tantomeno il Dio dei cristiani, sarebbe un perdere la centralità dell’amore e dell’azione amorevole del Creatore stesso.
La fedeltà a questo comandamento è il vero richiamo del vangelo di oggi. Fedeltà significa riconoscere ogni momento ciò che è essenziale per vivere. Fedeltà è cogliere il fatto che l’amore, in qualsiasi direzione vada, sia il respiro della nostra esistenza che, senza di lui, rischia di morire per asfissia: così rischia di avvenire. Non mi interessa di chi è la colpa o il merito, non mi interessa capire chi deve iniziare per primo, non mi interessano meriti o demeriti, mi interessa cogliere in ogni attimo la necessità del respirare, cioè dell’amare. Cogliere questo significa metterci nella condizione di potere camminare nella fedeltà all’Amore ed essere dei fedeli dell’Amore.
La fedeltà non è tanto un tenere duro: anche! Quanto invece cogliere in ogni momento ciò che è bene perché la fedeltà a ciò che è essenziale possa divenire vita e scelta di vita: tutto il resto sono cose in cui ci perdiamo, sono beghe quotidiane che lasciano il tempo che trovano, anzi il più delle volte lo rendono più brutto. Tutto il resto serve solo a sottolineare i miei diritti contro i diritti dell’altro e a colpi di diritto non si può che finire a vivere in guerra con tutti e contro tutto.
Non può esistere concorrenza di amore. La concorrenza in amore dice gelosia, possesso, egoismo travestito da altruismo. L’amore concorda e integra, non provoca contrasto e divisione.
Se questo è vero, capiamo allora come sia un gioco banale, alle volte pericoloso, quello di volere relativizzare l’amore. Crediamo importante che Dio si interessi di noi, ma non esageriamo: che lo faccia quando ne abbiamo bisogno, poi ci lasci in pace e ci lasci fare la nostra vita occupandoci dei nostri affari. Crediamo importante l’amore fra uomo e donna, ma che non disturbi il ménage della mia esistenza e dei miei affari: ci si trova, ci si ama, ma poi ognuno per conto proprio a portare avanti la propria vita. Crediamo importante fare qualcosa per gli altri, ma che non invada i miei spazi perché se così avviene c’è pericolo che io diventi Eucaristia che gli altri mangiano nutrendosi.
Dobbiamo relativizzare, anche e soprattutto l’amore, se vogliamo sopravvivere. Ma la questione è proprio questa: vale la pena di sopravvivere? È lo scopo della mia vita barcamenarmi alla belle meglio? La sopravvivenza, che mi porta a girare al minimo per arrivare il più lentamente possibile alla morte, può essere vita e vita vera? La sopravvivenza del lasciatemi in pace, la possiamo ancora definire vita?
Fedeltà all’amore, più che ad altro, e non relativizzazione dello stesso, sono dei bei condimenti per una bella vita non da sopravvivenza.
“Mai in tutte le Scritture, i ‘due amori’ sono posti così innegabilmente sullo stesso piano a rispecchiarsi l’uno nell’altro. Il secondo è simile al primo: cioè non identico, e neppure più o meno importante. Ma fatti della stessa pasta, l’uno a specchio dell’altro, l’uno a inveramento dell’altro”.
Gabriella Caramore
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