Matteo 23, 27-32

In quel tempo, Gesù parlò dicendo: ««Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri».

Vi è una pratica spirituale che è molto utile a rendere i nostri spiriti, i nostri cuori, la nostra interiorità, una sorta di azione cimiteriale più che vitale. A volte sembra che siamo più abili a trattare il centro della nostra vita come dei becchini più che della gente che vuole vivere. Vi sono delle pratiche, molto in uso, che sono mortali per la nostra vita, per le motivazioni che danno vita alla nostra esistenza, eppure noi le pratichiamo tranquillamente continuando a scavare fosse dentro di noi. Fosse che poi imbianchiamo per paura di inciampare in esse. Ma dentro rimangono casa di morte e di putridume.

Quando trattiamo così il centro vitale della nostra esistenza, ne consegue rassegnazione e una sorta di ripetitiva eco dove diciamo che “tutto va male”.  L’unica consolazione che rimane a nostra disposizione è la lamentela. Lamentela deresponsabilizzante, lamentela che vorrebbe metterci al riparo da problemi che sorgono da scelte sbagliate, lamentela che ribadisce la nostra vocazione al becchinaggio. Una vocazione non scelta sempre reiterata e, spesso inconsciamente, messa in campo come soluzione difensiva ai normali problemi della vita.

Vi sono due atteggiamenti nel vangelo di quest’oggi, che vengono evidenziati da Gesù, come strumenti di chi è più adatto a fare il becchino che non la levatrice. Strumenti che sono più in uso a chi continua a intestardirsi a seppellire la propria vita, piuttosto che farla nascere giorno dopo giorno, portandola alla luce.

Il primo atteggiamento è quello noto dell’apparenza. Siamo molto legati, spiritualmente, alla necessità dell’apparenza. L’apparenza ci stimola. Il salvare le apparenze ci pare una delle cose più importanti che possiamo fare nella vita. Magari a volte ci lascia un po’ perplessi, dentro, questa pratica, ma è più forte di noi e non ne possiamo fare a meno.

Il punto di partenza può essere buono: salvare l’apparenza per non cadere in mano ai lupi che abitano la nostra società e le nostre chiese. Pensiamo a quanto, questa pratica, sia in voga nei nostri seminari, nelle nostre curie, nel Vaticano, nelle nostre parrocchie; non parliamo poi dei posti di lavoro e nell’ambito politico, inutile parlare del mondo lavorativo e giudiziario. Ci sentiamo deboli e, per questo, ci vogliamo salvaguardare. E questa può essere inizialmente una cosa buona: riconosciamo la nostra povertà e incapacità e non la mettiamo nelle zanne di coloro che non aspettano altro che potere farmi del male. Ma a lungo andare questa pratica diventa velenosa. Blocca la nostra crescita, il nostro cuore rischia di morire di asfissia. Non fidarci troppo di questa pratica significa metterci al lavoro per rafforzarci dentro. Comprendere che il problema non è la risposta degli altri per la mia vita e per la vita di ogni comunità, quanto invece quanto sono vivo io. Abbandonare la pratica dell’apparenza significa concentrarsi sulla pratica della mia crescita spirituale. La pratica dell’apparenza mi fa imbiancare la mia esistenza all’esterno, ma dentro continua ad accumulare scheletri e ossa aride.  Credere nella vita significa ritornare a impegnarci perché il nostro cuore sia sempre più vero e possa ritornare a crescere nella verità e nella bellezza di una bontà ritrovata. Così possiamo ritrovare fiducia e rilanciare la nostra vita.

Il secondo atteggiamento evidenziato dal vangelo non è che una conseguenza di questo primo: la necessità di sentirci migliori degli altri e, in particolare, degli uomini del passato. Nel passato hanno sbagliato tutto, nel passato hanno commesso crimini, nel passato hanno ucciso uomini santi, non come noi, ci diciamo. Ma in realtà questo non come noi è solo cosa apparente perché siamo i primi a non ascoltare coloro che ci spingono verso la vita invitandoci ad abbandonare quelle pratiche di apparenza che sono tanto in voga nella nostra società. Posti di onore che ci solleticano il palato; presentarci con una immagine ai clienti per poterli imbrogliare meglio e potere vendere.

Siamo figli dei nostri padri, smettiamola di prendercela con il passato dove sono stati commessi molti errori e crimini, è vero. Smettiamola perché questo atteggiamento sa tanto da sepolcri imbiancati e ci porta lontani dal ritornare ad essere gente che fa nascere la vita.

Il prendercela col passato, come col prossimo, ci distoglie dall’unica cosa che veramente possiamo fare: ricercare la pace in noi stessi e farla crescere, per poterla poi portare al mondo intero. Accontentarci di lamentarci degli altri, di coloro che ci hanno preceduti, del mondo, è una pratica adolescenziale che ci porta poco lontani. È una pratica da becchini e da necrofili, non certo da levatrici che fanno partorire vita al mondo, perché dentro hanno vita.

I sepolcri imbiancati si riempiono la bocca di dichiarazioni di intenti sul passato, su ciò che non è più, o magari anche sul futuro, su ciò che non è ancora, e condannano gli altri. I viventi nel Signore invece convertono sé stessi e le loro parole hanno la conferma immediata nel presente: l’amore infatti è credibile se non è rimpianto o promessa, bensì se è speso integralmente momento per momento.

Zupi

 
 
 

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