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28 agosto 2019 Matteo 23, 27-32

Giovanni Nicoli | 28 Agosto 2019

Matteo 23, 27-32

In quel tempo, Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità. 
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri».

Nella nostra riflessione sul vangelo di oggi, ci soffermiamo sulla figura del profeta a cui noi costruiamo i nostri monumenti a ricordo di chi non è stato accolto proprio dai nostri padri, vale a dire da noi.

Il profeta è colui che, mentre è vivo, va ucciso comunque e non va ascoltato. Salvo poi appropriarsi delle sue parole usandole a nostro uso e consumo per potere uccidere, in nome dei profeti passati uccisi dai nostri padri, i profeti dell’oggi che, purtroppo ci diciamo, tocca a noi non ascoltare e uccidere. A noi tocca fare dei monumenti o delle tavole rotonde sui profeti passati, pensando in tal modo di sganciarci dagli errori dei nostri padri. Monumenti e tavole rotonde che diventano, invece, motivo di condanna per noi.

Questa è la storia dei profeti. Il profeta è colui che dice La Parola di Dio sulla realtà smascherando, in tal modo, la violenza della realtà stessa. Il problema nasce dal fatto che nessuno di noi desidera riconoscere questa nostra violenza. Per questo abbiamo così bisogno di attribuirla agli altri, che siano essi gente del passato come del presente. Gesù smaschera questa violenza mostrando come prova il fatto che abbiamo bisogno di inneggiare a personaggi del passato per giustificare le uccisioni dei profeti di oggi. Il problema non sono i monumenti di oggi alle persone del passato, ma l’uccisione dei profeti di oggi. È una catena che ci passiamo di padre in figlio e che sembra non avere mai termine.

È forse il tempo di riconoscere che io, oggi, ammazzo il profeta. Forse in modo più subdolo, lasciandolo in vita, ma tappandogli la bocca riempiendo le nostre notizie, i nostri telegiornali, i nostri social, di parole del potente o del famoso o dell’eletto di turno, di parole inutili, disumane e vuote. Siamo democratici non uccidiamo il nemico, semplicemente lo tacciamo evitando che le parole di vita e di profezia possano giungere ancora ai nostri orecchi. Rendiamo superficiale e inutile democraticamente il profeta mostrandolo come cosa del passato che non ha nulla a che vedere col nostro quotidiano, dove siamo in tutt’altre faccende affaccendati.

È tempo di riconoscere che in noi c’è il non volere ascoltare la verità, se non vogliamo continuare ad essere sepolcri imbiancati. Riconoscere la mia violenza contro il profeta e dunque contro la verità, è passo di sapienza divina a cui siamo chiamati. La mia smania di dovermi giustificare ad ogni costo depone a mia condanna. Va bene pentirsi di crociate e di streghe, ma non è quello il problema, il problema è se io mi pento delle mie uccisioni di oggi. Per farlo devo cominciare a riconoscerle. È bene che il mondo si penta degli eccidi storici di cui è responsabile, ma sarebbe meglio che cominciasse a riconoscere gli eccidi che oggi perpetra dal Mediterraneo al muro in Messico, all’Afghanistan, all’Africa tutta e chi più ne ha più ne metta. Siamo parte di questo sistema per questo, poco o tanto, responsabili dello stesso. La nostra società fondata sull’immagine uccide. Le nostre tratte di donne e bambini per ricchi perversi, uccidono. Lo sfruttamento del lavoro nel sud del mondo, uccide. Le industrie di armi che giustifichiamo perché ci danno lavoro e soldi e che chiedono continue nuove guerre lontane da noi, uccidono!

I profeti sono qui, in mezzo a noi, per farmi riflettere su quanto sta capitando ora. Andiamo a cercarli e consumiamo i gradini della loro casa, per ascoltarli e per farli nostri oggi, né ieri né domani. Riconosciamo che noi colmiamo la misura dei nostri padri.

Noi siamo questa generazione a cui viene chiesto il sangue dei propri padri. Noi abbiamo sulle spalle il cumulo di ingiustizia delle generazioni passate. E continuiamo la via dell’ingiustizia fino a quando non ci decidiamo a scoprire il nostro gioco malefico che condanna il passato per passare sotto silenzio l’oggi del male.

Oggi vediamo che è colma la misura della violenza, dell’ingiustizia, dell’ipocrisia? Ce la prendiamo giustamente coi falò dell’Amazzonia e investiamo miliardi per potere intervenire e potere mettere il becco anche in quel luogo per farlo divenire luogo di sfruttamento dell’occidente anziché del Brasile. È cosa malvagia l’uccisione dell’Amazzonia, ma non è cosa malvagia perché lo fanno i brasiliani anziché noi occidentali. Vediamo i luoghi che noi occidentali con Russia e Cina stiamo demolendo nel pianeta decretando la morte del pianeta stesso?

Ricordo quanto il cardinal Martini disse e fece a riguardo di p. Turoldo: “Poeta, profeta, disturbatore di coscienze, uomo di fede, uomo di Dio, amico di tutti gli uomini”. Così al suo funerale. Ma l’anno precedente era andato a trovarlo elogiando il ministero profetico da lui svolto e ammettendo che la Chiesa “riconosce la profezia troppo tardi”. P. Turoldo che era scacciato da ogni dove e che è stato accolto dal vescovo di Bergamo che gli disse: se c’è posto per me, c’è posto anche per te.

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