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29 agosto 2019 Matteo 24, 42-51

Giovanni Nicoli | 29 Agosto 2019

Matteo 24, 42-51

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.

Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni.

Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».

È interessante cogliere come al centro del discorso escatologico, il discorso che riguarda l’al di là, i tempi ultimi, vi sia l’invito a vegliare, a stare pronti.

L’al di là non è un narcotico per l’al di qua: siccome le cose vanno male meglio pensare ad altro, all’al di là appunto. Non è un invito a chiudere gli occhi sul presente. Abbi pazienza, non preoccuparti se le cose vanno male, dimentica quello che c’è, lascia perdere, ci sara poi un futuro interessante. Questo sentiamo e questo pensiamo spesso. Ma non ha nulla a che vedere con lo spirito cristiano della vita.

Il punto non è “vedrai che poi sarà bello”; vedrai che se muori per la tua fede avrai dieci vergini tutte per te; vedrai che di là troverai pace, il punto è esattamente il contrario. Il punto è veglia, cioè apri bene gli occhi sull’oggi, su dove sei ora, altrimenti non ci arrivi a quel punto che è il bene nell’al di là, l’abbraccio del Padre, la casa del Padre. A occhi chiusi non cammini, inciampi. L’uomo ad occhi chiusi cosa fa? Realizza o crede di realizzare i suoi deliri, i suoi incubi.

Il vangelo di oggi vuole aiutarci a vedere la realtà, a discernere la realtà. Il vegliare è attenzione lucida al presente che non può essere confuso col futuro. Se il futuro è vedere la meta, quella meta la posso raggiungere se semino oggi nell’oggi. Il futuro è semplicemente raccolta di ciò che semini oggi accolto e abbracciato dal seno misericordioso del Padre. Potremmo dire che è il risultato di ciò che oggi opero.

Ma possiamo chiederci: cosa vuol dire vegliare? Vuol dire guardare per aria? Vuole dire guardare l’orizzonte? Vuole dire stare a bocca aperta con cuore intontito e con sguardo instupidito in attesa di ciò che non arriva? La veglia non è una sorta di droga che alleggerisce il mio quotidiano rendendomelo più leggero da un lato, ma rendendolo impossibile dall’altro semplicemente perché non lo vedo.

Oso dire che vegliare è pregare e lavorare allo stesso tempo. Pregare è una capacità fondamentale della persona umana. Pregare è consapevolezza mentre siamo immersi nel mistero. Pregare è vivere la vita ed immergerci in essa, con tutte le sue contraddizioni e incertezze. Pregare è tutto meno che recitare formule. La recita di formule è cosa bella che tenta di esprimere il cuore in modo semplice, ma il cuore deve esprimere, non obbedire a delle norme. Diversamente la preghiera che è relazione con la vita e con il Padre, perde di senso.

La preghiera è una risorsa morale preziosissima che trova mani nel lavoro. Vegliare significa stare svegli, osservare la vita dandosi le mani d’attorno, procurando il cibo ai fratelli e servendoli. Il servo fedele che veglia non si perde né in bagordi né in chiacchiere oranti drogate e droganti. Il servo fedele che veglia prega servendo a tavola coloro che gli sono stati affidati. Una madre, una nonna, che serve a tavola veglia e prega dando cibo a coloro che gli sono stati affidati.

Preghiera vegliante è piangere per la distruzione di questo mondo, per il male, per il cuore chiuso, per la grettezza della nostra umanità così disumana. Pregare è piangere su quanto è andato perso e lavorare per ritornare a costruire per dare cibo ai nostri figli: questo è vegliare. Il nostro lavoro orante è resurrezione dell’oggi distrutto da un terremoto o da una mina vagante. Il nostro lavoro, quando lo abbiamo perso e ritrovato, è ritornare a vivere. È preghiera che si concretizza in quel lavoro che fa rinascere, che ricostruisce, che con-crea la terra. Quando il nostro lavoro distrugge la terra e la consuma è un lavoro che non veglia ma che gozzoviglia come il servo che dice: tanto non arriverà tanto presto.

Piangere per i morti e piangere per la distruzione e per la fine di tanti lavori, è veglia orante che ci apre gli occhi sulla realtà e ci porta a servire. Non a cercare un lavoro autoreferenziale che ci lascerà sempre, presto o tardi, con l’amaro in bocca, ma un lavoro dove noi esprimiamo preghiera e vita e resurrezione ricostruente. Lavoro ed economia per servire cibo, non per perdere vita dietro ad una attività stravolgente che ci fa perdere di vista il cibo da mettere sulla tavola e, soprattutto, il volto dei bimbi che siamo chiamati a servire, il volto del fratello.

Il lavoro è vita e la vita è lavoro, se dimentichiamo e tralasciamo di vivere questo non vegliamo, non preghiamo e, presto o tardi, ci ritroviamo senza vita. Le lacrime sono mio pane giorno e notte perché soffro e lavoro per la vita: questa è via di resurrezione che porta alla gioia vera. Gioia che nasce dal vegliare nella preghiera sulla vita del mondo. Un vegliare pieno di speranza e di concretezza dove l’entrare nel mistero ci porta a vivere il mistero senza doverlo spiegare e teorizzare e razionalizzare. Così vegliando lavoriamo, lavorando serviamo e servendo preghiamo: più bello e gioioso di così! Così le lacrime di sofferenza diventano lacrime di gioia perché piene di vita e di speranza.

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