In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”.
Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”.
Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”.
Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
Il regno dei cieli, con la sua prospettiva finale, non chiude all’oggi. Qui sulla terra il regno è un cammino verso di Lui, un cammino che passa una strada, un terreno di grano e zizzania, di pesci buoni e cattivi sull’acqua, di spose sagge e stolte: chi incontra lo sposo e chi no!
Le vergini! Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina li creò! Dio però non è né maschio né femmina! A sua immagine e somiglianza è la relazione tra i due, che è amore, gioia, affidabilità, completezza, fedeltà, tenerezza, unione e fecondità. Ciò che c’è di bello fra i due è riflesso di Colui che è amore: Lui che ci ha fatti per amare come siamo amati. Il numero dieci è simbolo di totalità.
Queste dieci hanno le loro lampade, hanno in realtà le fiaccole. Fiaccole adatte per camminare, fiaccola che è il credente stesso. Acceso alla luce Cristo si fa luce a servizio del mondo: splende grazie alle sue opere buone, date e gratuite!
Queste dieci vergini escono: “uscirono incontro allo sposo”. La vita è tutta una uscita dove si vive continuamente l’accadimento. Questo perché è un continuo cadere da una realtà ad un’altra, da una condizione ad un’altra. Cadere, uscire può essere cosa traumatica: è un rompere con il passato per realizzare qualcosa di nuovo.
L’uomo, come la donna, sono fatti per l’altro: amando l’altro realizza se stesso. La Scrittura ci parla continuamente della passione folle di Dio per l’uomo. Lui è lo sposo e in Lui l’uomo trova completezza.
Cinque sono stolte e cinque sagge: siamo noi! Stoltezza e saggezza sono in pari percentuale. Saggezza è costruire sulla roccia ascoltando e vivendo la volontà del Padre.
Alla nostra libertà è dato di essere giusti e iniqui, buoni o cattivi, con o senza abito nuziale, servi fedeli e saggi o iniqui e stolti, servi buoni e fedeli o cattivi e paurosi, benedetti o maledetti.
Le stolte: stoltezza è non avere ciò che dà luce, è non avere l’amore del Padre effuso nei nostri cuori. Amare è passare dalle tenebre alla luce.
L’olio delle lampade è lo Spirito Santo, l’amore di cui arde il Padre, che il Figlio ci comunica, perché amiamo i fratelli. Questo ci fa luminosi, ci rende figli della luce, icona del Padre. Senza questo amore siamo stolti: andiamo contro il nostro essere figli.
Le sagge presero olio in vasetti. Il vaso è la persona concreta grazie al quale si ama Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi. Ogni istante è un vasetto o pieno di amore o vuoto di ripiegamento su se stessi. La nostra vita è olio che arde in eterno. Così si accoglie lo Spirito Santo: in ogni piccola cosa.
Tutte le vergini annuiscono con il capo, hanno sonno. Abbassare il capo e rialzarlo sono i cenni del sì ultimo a Dio. Così chiniamo definitivamente il capo è dormiamo: usciamo dalla vita terrena, saggi o stolti che siamo, incontro alla Vita, allo Sposo.
A metà della notte, a mezzanotte, l’ora in cui tutti dormono, nel cuore della tenebra, si alza il grido: Lui viene quando tutti dormiamo. Possiamo proprio lì aprire i nostri occhi e vederlo! Guardiamo Lui e, giorno dopo giorno, gli andiamo incontro vivendo la vita e gustando la bellezza dell’incontro definitivo nella morte.
Così ci svegliamo con un po’ di olio di amore e senza dell’olio non condiviso nella gratuità. La nostra stoltezza chiede dell’olio alla nostra saggezza. Olio che è la nostra risposta di amore. Lo Spirito Santo che cresce nell’amore del fratello.
Questo olio è la nostra identità: non possiamo mostrarci falsi facendo vedere che siamo tutti luce e olio.
Da vivi possiamo comprare dell’olio, non da morti. I venditori da cui possiamo comprare l’olio sono i poveri: amandoli amiamo il Figlio e siamo accolti nel Regno. Chi vive senza amore perde la vita. Chi la perde per amore la guadagna.
Allontanarsi dall’amore, da Lui, per acquistare identità di amore, è un non conoscerLo.
La porta fu chiusa perché la morte chiude la porta del tempo per vivere l’olio di amore. È nel nostro tempo che siamo chiamati a vivere perdendo giorno dopo giorno o guadagnando vita!
Questo è il tempo di Vita, venire dopo non esiste. Rimandare al domani non vivendo l’oggi è perdere la vita che è oggi! Tutto è quanto dura il “quest’oggi”, che è la nostra vita. È oggi, ogni giorno e ogni momento, che posso convertirmi dalla stoltezza alla sapienza, dall’egoismo stupido all’amore saggio.
Nel tardi anche se diciamo “Signore, Signore”, non è fare la volontà del Padre ma solo pretesa di acquistarlo con un bel volto conquistante.
Ma chi non riconosce il Padre nelle persone non si rende riconoscibile dal Padre. La sua risposta a noi è quella che noi ora diamo a Lui. La nostra risposta è importante: il Signore la rispetta e la fa sua!
Vegliare è cosa prioritaria per noi che non sappiamo né il giorno né l’ora della sua venuta, perché ogni istante della vita è determinante per acquistare l’olio della gratuità.
Olio, Spirito Santo, è cosa essenziale per vivere, per esserci.
“Attendere è un’arte che, il nostro tempo impaziente, ha dimenticato. Il nostro tempo vorrebbe cogliere il frutto appena il germoglio è piantato; così, gli occhi avidi, sono ingannati in continuazione, perché il frutto, all’apparenza così bello, al suo interno è ancora aspro, e, mani impietose, gettano via, ciò che le ha deluse. Chi non conosce l’aspra beatitudine dell’attesa, che è mancanza di ciò che si spera, non sperimenterà mai, nella sua interezza, la benedizione dell’adempimento”.
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