In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
Il brano odierno è scelto per celebrare la festa di Edith Stein, Benedetta della Croce, santa ebrea. Patrona d’Europa, morta ad Auschwitz.
Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che accettate le loro lampade escono incontro allo sposo che viene.
Queste dieci vergini sono il simbolo di tutto il popolo cristiano, di tutti gli uomini di buona volontà. Ognuno di noi, all’inizio della propria vita, accoglie il dono di Dio: il dono della vita e il dono della fede, ognuno secondo la capacità del proprio recipiente che è il cuore. Nell’accettare questo dono di Dio, c’è già l’accettazione dell’impegno di portare queste lampade e di alimentarle. Queste lampade sono simbolo della nostra fede, sono simbolo della nostra capacità di vita e di seguire colui che è via, verità e vita.
Si prendono le lampade all’inizio del cammino della nostra vita e le si porta con sé. Le si alimenta o le si lascia spegnere. Viviamo di rendita oppure cerchiamo quell’olio vitale che ci permette di alimentare la fiamma della fede e della carità.
L’uscire incontro allo sposo, significa cominciare il cammino della nostra vita che ci porta all’incontro ultimo con lo sposo, con il Cristo che pazienta a venire perché noi possiamo ravvederci; che pazienta perché il contadino possa zappare intorno al fico, mettere del concime e vedere se porta ancora frutto, prima di tagliarlo; che pazienta perché il contadino possa potare la vigna perché porti frutto; che pazienta perché noi possiamo trafficare i talenti che ci sono stati dati sperando che non andiamo a sotterrarli, come pinocchio, per paura di perderli.
Cinque di queste vergini sono stolte e cinque sono sagge. Nel regno dei cieli infatti il grano buono cresce insieme alla zizzania e, per ordine del padrone, si attendono i tempi ultimi per dividere l’uno dall’altra, per dividere la pula dal grano buono.
Perché vergini? Perché nel cristianesimo, fin dall’antichità, la verginità è un modo di vita per ricercare più lo spirito che la carne, per essere liberi da tutti quei giochi di potere e di sopraffazione che riempiono la nostra vita quotidiana, spesso la nostra sessualità, la nostra genialità, anche la nostra vita ecclesiale.
Questo stato da sempre ritenuto speciale non è però qualcosa di magico che assicura il regno. Questo stato se vissuto in modo farisaico non come dono ma come propria conquista per comprarsi Dio, diventa uno stato di stoltezza che porta a chiudersi a Dio: è uno stato di vita dove non ci si procura olio per la lampada che ci è stata donata. Di questo noi dovremmo preoccuparci di più nella nostra vita. Preoccuparci meno delle apparenze, per salvarle, e porre più attenzione che la nostra esistenza non sia un’esistenza stolta.
Ad un certo punto della nostra vita, lo sposo arriva. Il sonno delle vergini è segno del dono: sia che il contadino dorma sia che vegli il seme muore e germoglia, come anche il contadino stesso non lo sa. È il momento dell’incontro con lo sposo.
Dopo il sonno della morte, c’è il risveglio della risurrezione che ci porta ad incontrare lo sposo: uscite incontro allo sposo che viene, risvegliati o tu che dormi e sorgi dai morti, ed il Cristo ti illuminerà.
Le vergini risorgono e si preparano per l’incontro, si adornano per lo sposo, si sistemano un po’ dopo essere uscite un po’ impolverate dai sepolcri. Si preparano portando le lampade che sono personali, non sono condivisibili. Il tempo della condivisione e della solidarietà è il tempo che noi passiamo su questa terra. È il tempo dove siamo chiamati a far fruttare i talenti, a dare da mangiare a chi ha fame, da bere a chi ha sete, ad ospitare il forestiero, a vestire chi è nudo, a visitare i malati, a trovare i carcerati. Senza accorgerci che in tal modo traffichiamo i doni di Dio e che in tal modo noi incontriamo Dio stesso, faccia a faccia col suo volto sul volto di questi bisognosi.
Dopo la morte, nel regno dei cieli, dopo la risurrezione non è più il tempo del trafficare, è il tempo del dono totale e quanto è cresciuto in noi è nostro. Una pianta che diventa bella ci può fare gioire ma non può crescere anche per l’altra pianta. Siamo nella dimensione della responsabilità personale dove ognuno deve giocarsi con la misericordia e l’amore di Dio liberamente. La chiamata è quella di giocarci saggiamente ogni volta che ne abbiamo l’opportunità e di evitare invece di giocarci stoltamente non ravvivando la fiamma della lampada donataci.
Il no delle sagge non è un no egoistico, ma è un no di impossibilità: non è possibile un prestito di ciò che è personale. Nei tempi ultimi non è possibile dimezzare la propria santità per gli altri, è possibile solo prima, dove si gioca la libera scelta di ognuno.
I saggi chi sono? Sono coloro che entrano con lo sposo perché hanno ascoltato la sua parola e hanno fatto la volontà del Padre: chi ascolta la mia parola e la mette in pratica è colui che saggiamente costruisce la sua casa sulla roccia.
Gli stolti chi sono? Sono coloro che pensano di salvarsi perché vergini, perché familiari con Dio, perché dalla mattina alla sera mungono le tovaglie degli altari, perché riempiono le loro preghiere di parole come i farisei, perché continuano a dire Signore Signore, perché pretendono di essere amici di Gesù. Sono coloro che in quel giorno diranno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità”.
Costoro costruiscono la loro casa sulla sabbia delle conoscenze e delle false amicizie. A loro verrà chiusa la porta in faccia per sempre. A loro il Signore Gesù dirà: Non vi conosco! Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.
Lo sposo infatti riconosce coloro che fanno la volontà del Padre vegliando!
Non accettate nulla come verità che sia privo di amore. E non accettate nulla come amore che sia privo di verità! L’uno senza l’altra diventa una menzogna distruttiva.
Edith Stein
Attendere è un’arte che, il nostro tempo impaziente, ha dimenticato. Il nostro tempo vorrebbe cogliere il frutto appena il germoglio è piantato; così, gli occhi avidi, sono ingannati in continuazione, perché il frutto, all’apparenza così bello, al suo interno è ancora aspro, e, mani impietose, gettano via, ciò che le ha deluse. Chi non conosce l’aspra beatitudine dell’attesa, che è mancanza di ciò che si spera, non sperimenterà mai, nella sua interezza, la benedizione dell’adempimento.
Bonhoeffer
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