In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Leggendo le Beatitudini, ci si accorge subito che si è ben poco beati in quelle condizioni lì descritte. La beatitudine e la felicità, l’essere contenti nella propria vita è ben altra cosa. Quello che noi riteniamo essere bene per noi non è certo quanto ci viene proposto da Gesù Cristo in questo benedetto discorso della montagna dove egli ci comunica le beatitudini.
Per capire le nostre beatitudini e metterle in relazione con quelle che Cristo ci dona, proviamo a mettere in rilievo una filosofia sottostante la nostra esistenza e una filosofia sottostante le beatitudini evangeliche.
Cosa è che muove la nostra esistenza? A partire da che cosa noi pensiamo che possiamo ritrovare la nostra felicità? Quali sono le cose che ogni giorno perseguiamo e rincorriamo convinti che queste sono le cose essenziali per la nostra esistenza?
Credo che una categoria, un pensiero, che domina i nostri interessi, le nostre giornate, il nostro correre sia la categoria del “sono felice, contento, realizzato, faccio quello che mi conviene”. Allora se faccio un affare devo cercare quello che mi conviene, un mi conviene che sembra non avere alcun limite e alcuna regola se non la regola del mercato che in realtà è poi la regola del più forte. Più soldi hai, più forte sei, più riesci imporre al mercato la tua regola cioè i tuoi interessi contro tutto e contro tutti.
Se vado ad acquistare qualche cosa cerco la qualità migliore e il costo minore. Se voto qualcuno è perché penso che questo qualcuno tuteli meglio i miei interessi pensionistici, lavorativi, economici. Chi è che scende in piazza al giorno d’oggi? Chi ha degli interessi da difendere. Sembra appunto che morale sia oggi tutto quello che mi conviene.
Ai ragazzi si insegna ad essere furbi, perché altrimenti ti fregano: così si fanno manifestazioni guerresche non di pace. Non si educa più nessuno alla giustizia. Questo è l’altro polo, quello su cui si attestano in parte le beatitudini evangeliche.
Chi scende in piazza più al giorno d’oggi per protestare per i diritti dei più poveri? Chi scende in piazza per difendere un’idea? Forse i no-global sono gli ultimi animali rari rimasti che, nella loro confusione, ricercano ancora qualcosa di giusto. Ricercare quello che è giusto. Fare un affare non solo a partire da quello che mi conviene ma anche e soprattutto dalla giustizia al giorno d’oggi significa essere fuori dal mondo.
Ed è vero perché fare questo significa mettersi in una dimensione più grande, una dimensione di beatitudine.
Credo che le beatitudini che ci portano a vivere più secondo la giustizia di Dio, piuttosto che secondo la legge del mercato, siano la vera rivoluzione al giorno d’oggi.
Vivere secondo la legge del mercato significa lasciarci succhiare tutto dallo squalo del mercato che non è mai sazio e non lascia spazio alle relazioni. Vivere secondo giustizia significa mettere al centro della nostra esistenza qualcosa di più grande, qualcosa che ci supera, qualcosa che non sia un semplice correre dietro a quello che mi conviene dovendolo poi consumare in fretta perché poi bisogna rincorrere qualcosa d’altro.
Vivere secondo giustizia significa vivere godendo della vita e delle piccole cose di ogni giorno. Lasciare che gli altri corrano come dannati e consumino come dannati. Come dannati appunto, non come gente beata.
È chiaro che quanto detto oggi è una parte molto parziale delle beatitudini, non le esaurisce ma credo ci possa essere utile per incarnare una parte di questo significato rivoluzionario che è compreso in queste poche parole e che dovrebbero mettere in crisi la nostra filosofia di vita tanto scialba e piatta, oltre che schiavizzante.
Chi vuole entrare nella “gioia” per realizzare l’anelito più profondo che ha sepolto nel cuore, deve necessariamente passare per una di quelle nove porte:
non ci sono altri ingressi consentiti nella dimora della felicità.
Ma anche perché la croce, la sofferenza umana, la sconfitta…
vengono presentate come partecipazione all’esperienza pasquale di Cristo che, attraverso la morte, è entrato nella gloria.
Tonino Bello
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19 Aprile 2025 Sabato Santo
“… Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.
da una meditazione sul Sabato santo di Joseph Ratzinger
18 Aprile 2025 Giovanni 18, 1-19, 42
L’atto di fede nasce dalla croce:
No, credere a Pasqua non è giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera è al venerdì santo
quando Tu non c’eri lassù!
Quando non un’eco risponde
al tuo alto grido.
D. M. Turoldo
17 Aprile 2025 Giovanni 13, 1-15
Nella bacinella dell’ultima cena c’è l’acqua della creazione in cui l’opera di messa in ordine dello Spirito continua ad aleggiare fino a noi, si ritira l’acqua del diluvio per fare spazio a un’umanità nuova, si apre l’acqua del Mar Rosso per mostrare la strada che porta alla terra della libertà, scorre l’acqua del Giordano in cui Cristo si fa solidale con ogni donna e ogni uomo di ogni tempo, sgorga l’acqua dal costato del crocifisso fonte inesauribile di consolazione per tutti quelli che hanno sete di Vita.
P. Lanza
Giovanni Nicoli | 2 Novembre 2023