In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».
Le prime tre beatitudini dichiarano che uomini, considerati sventurati o maledetti, sono felici, perché sono preparati a ricevere la benedizione del regno. Le beatitudini successive interessano più direttamente l’atteggiamento morale dell’uomo.
Beati i poveri in spirito: i poveri sono coloro che hanno poco e con pena, a differenza dei ricchi, che hanno tanto e senza fatica. È scritto “pitocco”, che indica uno che si nasconde, è indigente, mendicante. Il pitocco non ha niente, neanche la dignità di un volto da salvare: vive di dono. Nello spirito gli umili, sono quelli che hanno il cuore del povero, in contrapposizione agli orgogliosi, di dura cervice.
Mi viene da pensare come sia molto più semplice un dialogo fra poveri rispetto ad un dialogo fra ricchi oppure ad un dialogo fra un povero e un ricco.
Il dialogo fra ricchi è molto più complesso, magari anche più fine intellettualmente; mi pare che faccia più fatica ad arrivare al cuore, che fatichi a liberarsi da tante sovrastrutture sociali e culturali; mi pare che il dialogo fra ricchi richieda un atteggiamento in cui bisogna stare in guardia perché non si può sbagliare, perché non puoi essere da meno; anche il regalo spontaneo diventa difficile perché quello che potrei darti fa parte del mio lavoro che deve essere guadagno, non può essere mai, neanche per gli amici, gratuità.
Un dialogo fra ricco e povero è un dialogo viziato in partenza: tu sei il privilegiato a cui il povero deve venire a chiedere; non si riesce ad avere un dialogo alla pari. Il ricco è colui che deve stare attento a non farsi fregare, il povero è colui che deve convincere il ricco a mollare il più possibile: è uno da fregare.
Ma al di là di tutto, mi pare che il povero abbia il cuore più libero per incontrare Dio e per lasciarsi travolgere da Dio. Il povero per scelta è colui che risulta il libero che va incontro al Padre senza volere dimostrare nulla. È colui che parte per la missione senza né denaro né bisaccia affidandosi alla grazia di Dio. È colui che sa che è Dio che lo salva e non le sue buone azioni. A causa di questo sapere vive dando con gratuità il poco e il tanto che ha vedendo tutto questo non come un gesto meritorio ma come un gesto dovuto, che nasce così perché si ama e stop; perché il sorriso del fratello che riceve è più importante del muso duro di colui che dice “è mio”. È colui che sa come si scaccia l’infelicità della vita perché ha imparato che c’è più gioia nel dare che nel ricevere. È colui che non si preoccupa eccessivamente del domani perché sa che la sua vera banca, che nessuno svaligerà mai, sono i poveri con cui condivide il superfluo che ha nel piatto. E su questo, noi chiesa, non abbiamo ancora capito nulla!
Beati gli afflitti: il povero è afflitto: a lui va male. Sono i piangenti, coloro che vivono un dolore profondo giorno e notte. L’afflizione è una tristezza con pianto, un traboccare all’esterno di un’incontenibile pena interna.
Beati i miti: miti sono coloro che non fanno valere i propri diritti, i mansueti, coloro che non sono iracondi. È il contrario di chi ha la mentalità vincente: non aggredisce, non sopraffà nessuno. Il povero è costretto ad essere mite.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia: fame e sete sono bisogno di vita, la vita è la giustizia, la volontà di Dio, il suo amore per tutti. Beato chi ha fame e sete di vivere sulla terra il suo amore di Padre che è nei cieli.
Beati i puri di cuore: il cuore è il centro della persona, contiene l’uomo nascosto, cioè il Figlio che per fede abita i nostri cuori. Chi ha il cuore puro, non ottenebrato da bramosie e paure, lo trova.
Beati gli operatori di pace: coloro che fanno la pace tra gli uomini rendendoli fratelli.
Beati i perseguitati per causa della giustizia: chi ama il Padre e i fratelli, si scontra con il male: trova ostilità e persecuzione, in sé e fuori di sé. La pace non è mai pacifica, potremmo dire: costa la croce del pacificatore. Tante volte capita che uno che vuole dividere due contendenti, alla fine è colui che ne fa le spese.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
La beatitudine negli attacchi contro di noi. La prima forma di attacco è la più grave: quella di perdere la faccia. L’insulto infatti uccide la dignità della persona.
La persecuzione vera e propria intacca la integrità della vita. Qui il discepolo diventa come il maestro capace di dare la vita.
Diranno ogni sorta di male contro di voi: la diffamazione è un insulto pubblicamente diffuso, toglie il nome e la onorabilità. L’insulto e la maldicenza con menzogna diventano testimonianza del giusto.
Questo è il battesimo a cui il Signore ci chiama, morire all’uomo vecchio per rinascere a vita nuova. Tutto questo è un dono. Vivere le realtà della vita descritte nelle beatitudini, con la coscienza e il desiderio che queste ci mettono in una situazione di privilegio nel rapporto con Dio: questa è beatitudine, è essere già benedetti pur nella afflizione e nel pianto per situazioni che di per sé non sono né allegre, né ricercabili.
Le beatitudini sembrano un sogno passeggero che dura, forse, la durata di una messa domenicale. Ma le parole di Gesù sono sempre lì, fissate per sempre sul Vangelo. E molti ci hanno davvero creduto, rovesciando definitivamente la propria vita su queste parole.
Berti
Il povero di spirito è soprattutto colui che concepisce se stesso (esistenza, competenza, capacità di ogni genere) in termini di gratuità e non di possesso: una gratuità che, essendo dono nella sua origine, continua ad essere dono nel suo uso, e si fa servizio.
Maggioni
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