13 Giugno 2024 Matteo 5, 20-26

Giovanni Nicoli | 13 Giugno 2024

Matteo 5, 20-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.

Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.

Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».

La verità vi farà liberi, l’apparenza inganna! L’amore fa crescere la vita, la mancanza di passione l’affloscia! È il gioco differenziale che nasce fra il desiderio di Dio e le concretizzazioni dell’uomo.

Per l’uomo la sua felicità sembra sempre più essere quella farisaica: riuscire ad apparire bene. Nell’apparire bene c’è l’apparenza che inganna. Nell’apparire bene, nell’immagine, emerge quello che all’altro piace o quello che l’altro convince, naturalmente non in senso cristiano. Ricercare quello che colpisce l’altro, quello che gli piace, quello che lo convince per ottenere da lui quell’appoggio necessario per vivere in società, in politica, all’interno della chiesa e delle nostre comunità: tutto il resto è superfluo.

Qui sta l’inganno perché non si guarda più alla sostanza delle cose ma alla sua appariscenza. Una apparenza che deve essere convincente, una apparenza che deve essere ingannevole. Devo convincere l’altro a credere che io… tutto il resto non conta.

Per fare questo ho bisogno di lodarmi continuamente, ho bisogno di fare apparire i risultati sperati e soprattutto, non quelli raggiunti, ma quelli che senz’altro raggiungeremo fra sei mesi, e poi ancora fra sei mesi, e poi ancora…

Proviamo a pensare da quanti anni oramai dura questa bassa economica. Andiamo a vedere quante volte ci hanno detto che l’anno prossimo, nel secondo semestre del prossimo anno l’economia sarebbe ripartita: un inganno programmato.

Proviamo a vedere quante persone, di fronte a domande dirette dei giornalisti, rispondono direttamente. Prima parlano di tutt’altro, poi, se va molto bene, dicono qualcosina alla fine, altrimenti: niente del tutto.

Questo atteggiamento sociale che noi viviamo, noi lo viviamo anche nei confronti di noi stessi: apparire bene, far sì che io metta in risalto ciò che va bene nascondendo quello che non va, illudermi che una idea che ho sia già una realtà.

È la filosofia e la religione del fariseo. Una religione che ci svuota il cuore perché ci porta a vivere senza amore e senza passione. È vero che a livello sociale, e di chiesa, ci evita tanti guai, ma allo stesso tempo ammazza anche il nostro cuore.

I richiami che continuamente arrivano dalla Curia Romana per una cosa detta in un certo modo anziché in un altro, per una critica giusta fatta al loro modo di agire, per una puntualizzazione ad un loro scritto, non fa altro che alimentare, all’interno della chiesa, la falsità che diventa l’idolo imperante. Certo che le cose errate vanno fatte notare e messe in evidenza, ma non come richiami sotto pena sanzionatoria, ma come atto di carità fraterna e di correzione fraterna.

Diversamente l’atteggiamento che emerge è che l’importante è non dire o scrivere la verità, poi dopo, a tavola o nei corridoi, ci si sfoga dicendo peste e corna. La verità vi farà liberi!

Questo uccide la passione per la Vita, ci porta ad agire sempre più non perché ci crediamo, ma perché se non dico così chissà che cosa mi può capitare. È il gioco dei potenti, è il gioco del fariseo: mi salvo con l’apparenza che inganna, ma che mi salva.

Non è più Gesù Cristo il nostro Dio veritiero che ci salva, ma la falsità dell’apparenza demoniaca che si infila all’interno delle nostre comunità, della nostra chiesa, delle nostre relazioni sociali.

Una delle conseguenze più deleterie di tutto ciò è la mancanza di passione. Il nostro amore si spegne. La nostra testimonianza va a pallino.

Questa è la dinamica del fariseo, questa è la dinamica del potere anche ecclesiastico. E se noi ci incamminiamo su questa strada adeguandoci a questo andazzo non entreremo nel regno dei cieli.

 

Non lasciamo depositare la polvere sui mobili di casa per molto tempo, eppure nel cuore lasciamo incustodite varie ferite senza prendercene cura, permettendo che il non detto copra quello che brucia.

Occorre fare luce e tornare nei luoghi affettivi che invece di accarezzare hanno scorticato, incapaci di custodire hanno soffocato, al posto di valorizzare hanno denigrato.

Occorre dire tutta la verità, imparare a lasciar andare per permettersi di andare per la propria strada.

Lanza

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