15 giugno 2021 Matteo 5, 43-48

Giovanni Nicoli | 15 Giugno 2021

Matteo 5, 43-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Dio è morto, dio non c’è più. Gesù che è venuto a portare a compimento la legge e profeti, perché questo avvenisse, è morto in croce. Dio è morto in croce, grazie a Dio. Non abbiamo più un dio, abbiamo un Padre che in Gesù suo Figlio prediletto, ha dato la sua vita per noi. La nostra chiamata è chiara: fare la sua volontà che significa entrare nello Spirito della vita Trinitaria perché conoscendo la sua vita, vale a dire facendo l’amore con la Trinità, noi possiamo gustare la bellezza di amare i nemici.

I nemici sono ovunque, se non siamo ciechi. Il nemico più grande che abbiamo spesso siamo noi con il nostro buon senso e con l’immagine becera di un dio che tiene la nostra parte. Il maggior nemico è non riuscire ad amare un Dio morto che è diventato Padre.

In nome di dio si fanno guerre, in nome del Padre si amano i suoi figli che sono nostri fratelli.

A causa di ciò l’amore del nemico diventa l’essenza del cristianesimo. Questo non è un comandamento, non si può amare né per procura né per un ordine. Questo è un dono liberante, eccome se lo è. Quando riusciremo a cogliere questo come un dono saremo liberi. Amare il nemico significa essere avvolti dallo Spirito di amore del Padre.

Una religione che non arriva a questo rimane appunto una religione senza fede, vale a dire una fede che non ha capito nulla di un Dio che è solo Padre.

Una religione che non arriva a questo vuole le guerre sante: quanto sangue in nome di dio. Chi uccide in nome di dio, per una causa buona, perché l’altro si converta, perché il demonio sia sconfitto, piuttosto che faccia un peccato, è doppiamente criminale perché agisce contro l’uomo e contro il Padre in nome di dio, un dio da lui inventato, un dio che uccide il Padre nei figli.

Infatti un dio che ordina di uccidere, come di escludere dalla comunità cristiana, è certamente satanico. Al povero Dio noi abbiamo attribuito un sacco di perversità: maschere che sono cadute nel nulla nel momento in cui Lui è morto in croce. Il dono di sé nella morte in croce liquida ogni perversa immagine su di Lui.

L’amore del nemico è indice della libertà dal male. L’amore del nemico è liberante perché mi rende ancora capace di distinguere bene e male, non fa di ogni cosa un fascio: e sceglie il bene. Distinguere liberamente il bene dal male è la via per smettere di distinguere i buoni dai cattivi, perché tutti sono semplicemente figli.

Così possiamo vivere nella libertà della carità e nella verità della stessa. Così infatti entriamo nel pensiero e nel cuore di Dio, che è più grande e più vero del nostro.

Il cuore e il pensiero di Dio è questo: Gesù Cristo è il Figlio prediletto del Padre che, emettendo lo Spirito, non invoca la vendetta su quanti lo uccidono, ma fa suo il perdono del Padre.

I martiri cristiani non possono dare la propria vita contro coloro che li uccidono, ma per coloro che li uccidono. Non possiamo continuare a rispondere al male col male ma, senza giustificare il male, non possiamo non rispondere al male col bene.

Così possiamo cantare che Dio è un Dio che è morto ma che risorge il terzo giorno nella carne di un Padre infinito nella sua misericordia e nel suo amore inattaccabile per i figli. Un amore inattaccabile perché il suo amore non è mai un amore reattivo, non reagisce al cattivo o al buono in modo diverso, ma fa piovere sul campo dell’uno e dell’altro, fa rispendere sulla terra di entrambi quel sole grazie ai quali ai bambini dell’uno e dell’altro sulla tavola non mancherà mai il cibo quotidiano.

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