Matteo 7, 1-5

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Ho bisogno della pagliuzza nell’occhio del fratello, ho bisogno di vederla e di scorgerla. Questo bisogno è cosa spontanea che non necessita alcuno sforzo da parte mia.

È un bisogno che non posso negare e che esalta la mia capacità di osservazione. È un bisogno che devo e posso sfruttare per vivere meglio. È un bisogno che ho necessità di rendere buono rivolgendolo su di me.

Ogni volta, infatti, che il mio bisogno di vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro emerge, posso essere certo che in me c’è una trave che oscura il mio sguardo.

Ad ogni passo scorgo la pagliuzza nell’occhio dell’altro. Ad ogni passo vedo ciò che non va in lui e gli errori che compie. Vedo continuamente le cose non fatte bene e non ben viste. Questo vedere fa crescere in me rabbia e risentimento, dispiacere e ribellione.

Di fronte a questo mio bisogno di vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro e ciò che bene non è stato fatto; di fronte all’insorgere di sentimenti negativi nei confronti del fratello e nei confronti di ciò che è mal fatto: io che posso fare? O mi ribello a quella situazione e la giudico condannandola, oppure? Oppure rivolgo lo sguardo su di me!

Ho bisogno della pagliuzza nell’occhio del fratello per potermi convertire. Non faccio fatica a vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro, faccio fatica a vedere la trave che c’è nel mio. Ma se questo bisogno spontaneo di vedere la pagliuzza nell’altro io lo uso per guardare me, allora forse qualcosa comincerò a capire.

La pagliuzza vista nell’altro mi serve per giudicare. Ma se tale pagliuzza la utilizzo come campanello d’allarme, allora potrò cominciare a vedere.

Se infatti mi metto nella disposizione di vedere e utilizzo il bisogno della pagliuzza come segnale per accorgermi che c’è qualcosa in me che non va e come richiamo a volgere lo sguardo su di me, allora il bisogno della pagliuzza diventa motivo di bene e di conversione.

Vedo la pagliuzza e sento l’odore del legno della trave. Sono punto dalla pagliuzza e comincio ad accorgermi di essere accecato dalla mia trave. La pagliuzza mi infastidisce e mi fa arrabbiare, posso cominciare a vedere che il mio cuore non è in pace non a causa della pagliuzza, poca cosa in realtà, ma a causa di una trave che mi trafigge e che vorrei, invece, utilizzare per trafiggere l’altro.

Senza la pace in me ogni piccolo segno di pagliuzza sarà motivo per scatenare la guerra.

Non si tratta di chiudere gli occhi quanto invece di aprirli in modo nuovo, in modo umano, in modo convertito.

La pagliuzza è spinta al giudizio e questo è il vero peccato. Il giudizio, che è un passo avanti rispetto al vedere, è opposizione a Dio. Giudicare significa negare al fratello la fraternità negando, allo stesso tempo, a Dio la Paternità.

Ciò significa che il mio giudizio sulla persona, senza il quale sono convinto di scusare l’altro, è più grave del suo peccato, qualunque esso sia.

Se io in confessione giudico l’altro, io pecco più di lui. Se dall’altare io giudico l’altro e nego a lui la comunione, io pecco più di lui e il mio peccato è più grave del suo essere divorziato e risposato.

Il peccatore va sempre scusato, mai giudicato. Potrò accusare il peccato mai il peccatore. Il gioco allo scaricabarile è il peccato delle origini dove Adamo gioca allo scaricabarile su Eva ed Eva sul serpente.

Non si può mai giudicare le persone e le loro intenzioni, se vogliamo convertirci e camminare sulla via della salvezza. Ogni giudizio è chiusura alla storia e, soprattutto, è chiusura al Signore della storia, quella vera, quella della salvezza.

E dunque: il mio giudicare un piccolo difetto dell’altro, altro non è che un conficcare una trave nel mio occhio. Sì perché il giudizio sull’altro è il vero peccato contro lui e contro Dio: più trave di questa.

Con una trave in un occhio sono morto! E questa è la morte: se giudico il fratello, ho già ucciso la mia verità di figlio! Ho ucciso Dio nella mia vita e senza la vita di Dio, senza la linfa vitale della vite, io povero tralcio sono già seccato, utile solo ad essere tagliato per essere bruciato.

Ho bisogno della pagliuzza nell’occhio del fratello, è moto spontaneo. Ed ho bisogno, allo stesso tempo, di vivere questo bisogno come campanello di allarme sulla mia necessità di giudicare e di chiamarmi fuori dalla famiglia di Dio, dal mio essere figlio e fratello, dal suo essere Padre.

C’è l’occhio cattivo che è una lama che ti uccide e ti condanna subito e ha già pesato, valutato tutto; oppure c’è l’occhio buono che è la finestra luminosa che ti accoglie, ti lascia esistere come sei. Quindi il giudizio è il principio della relazione con l’altro.

Fausti

 

 

Io me la prendo con il prossimo illuso come sono di essere nel giusto e di avere la totalità della visione dell’altro. Ma non accorgendomi che la visione stessa mi è occultata dalla trave che c’è nel mio occhio la cui consistenza maggiore è data dal punto di partenza: il mio assurgermi a giudice dell’altro e il non giocarmi nella carità che non può non partire dalla trave che alberga il mio occhio.

PG

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