Matteo 7, 1-5
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Chi non si ricorda la novella del lupo e della pecora che bevono al ruscello. È una novella di Fedro (originario della Tracia) nato schiavo di Roma nel 20 a.C. e morto nel 50 d.C. Il lupo beve a monte, la pecora a valle. Eppure il lupo accusa la pecora di rendere la sua acqua imbevibile sporcandola. A causa di questo fatto, il lupo prende l’occasione per potere mangiarsi la pecora non per colpa sua, ma per colpa della pecora stessa.
Mi sembra il gioco, per altro molto diffuso, della trave e della pagliuzza. Io che ho una trave nel mio occhio pongo come scopo del mio agire la necessità di togliere, dopo averla ben evidenziata, la pagliuzza dall’occhio del fratello. Naturalmente essendo io accecato dalla mia trave non faccio altro che giudicare il fratello senza aiutarlo a correggersi.
E come potrei? Naturalmente, lui, il prossimo, è il problema perché lui è in errore, ne consegue che la sua incapacità ad accettare il mio invito a convertirsi non diventa altro che una conferma del fatto che lui è in errore, nonostante io abbia messo in atto tutti i consigli del vangelo.
È chiaro: è lui che insozza l’acqua del ruscello anche se sono io che bevo a monte dello stesso ruscello. Come se questo non bastasse, la negazione del fatto che il problema è lui altro non fa che confermare il fatto che lui non vuole convertirsi, non vuole cambiare. Non mi rimane altro da fare che condannarlo facendo della sua vita un sol boccone e prendendomi la libertà di scomunicarlo dalla comunità e dal mondo.
Questo è l’atteggiamento dell’ipocrita, che sono io e non l’altro, che ogni giorno esce di casa con la convinzione che l’altro è il problema. Iniziamo la nostra giornata con la necessità di prendere di mira qualcuno, non importa chi. Iniziamo la nostra giornata ricercando il bersaglio di turno che giustifichi la mia incapacità a vedere la trave che ho nel mio occhio, mettendomi al riparo da ogni critica e da ogni necessità di conversione.
È l’atteggiamento ipocrita che mi fa apparire bravo e buono: “io mi presto come aiuto perché gli altri possano cambiare e possano vedere il loro errore”: guarda poi come si comportano e come percepiscono il mio intervento. Era meglio che stessi zitto, ci diciamo, ma intanto parliamo e parliamo basando la nostra autostima, in realtà ben poca cosa, sulla necessità di denigrare il prossimo dietro il paravento della correzione fraterna.
La mia ipocrisia non mi permette di vedere con oggettività e chiarezza la mia vita. Tanto meno sono in grado di potere vedere con chiarezza la vita del prossimo. Il punto di partenza, che io dico essere di carità, è il punto che mi squalifica: il giudizio del fratello travestito da atto di carità. Questa è l’ipocrisia che continuamente ci avvolge e che continuamente ci inganna. Questa è l’ipocrisia che ci porta a metterci al posto di Dio e a rinnovare qui, oggi, il peccato delle origini: sarete come Dio, dice il serpente ad Adamo ed Eva.
Mettendoci al posto di Dio ed ergendoci quali giudici del fratello, siamo impossibilitati ad essere oggettivi nell’approccio alla realtà nostra, prima, e di quella del fratello, poi.
Il nucleo dell’ipocrisia è dato anche dal fatto che noi crediamo di vedere in modo totale, a 360°. Ma necessariamente noi vediamo in modo parziale. La convinzione, meglio sarebbe parlare di illusione, di vedere meglio degli altri, di vedere in modo totale la realtà, diventa una modalità di porci di fronte alla vita in modo illusorio.
Così il lupo se la prende con la pecora, così la trave se la prende con la pagliuzza. Di seguito io me la prendo con il prossimo illuso come sono di essere nel giusto e di avere la totalità della visione dell’altro. Ma non accorgendomi che la visione stessa mi è occultata dalla trave che c’è nel mio occhio la cui consistenza maggiore è data dal punto di partenza: il mio assurgermi a giudice dell’altro e il non giocarmi nella carità che non può non partire dalla trave che alberga il mio occhio.
Io trave mi nascondo dietro una pagliuzza, come un elefante pretende di nascondersi dietro un filo d’erba. Appena mi muovo faccio guai. La mia illusione di vedere meglio dell’altro non accorgendomi della mia visione parziale, diventa la conclusione di una parabola di vita che si svolge nel mio quotidiano dall’alba al tramonto. Salvo poi continuare a macinare in me il fatto che l’altro è il problema, che la pecora è il problema della mia esistenza, che la pagliuzza è il vero problema del mondo, non la trave. L’altro è il mio problema, potrebbe essere il titolo che diamo alle nostre giornate. Non dimentichiamoci il sottotitolo: cronaca di un suicidio annunciato dove un cieco pretende di guidare un altro cieco. Entrambi finiranno nella stessa fossa. Questa è la cronaca annunciata di una giornata improntata all’ipocrisia.
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L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.
da una meditazione sul Sabato santo di Joseph Ratzinger
Giovanni Nicoli | 20 Giugno 2022