In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
È facilissimo che ci possa capitare che in momenti di disagio personale noi ce la prendiamo con gli altri per tante piccole situazioni storte nelle quali ci possiamo imbattere.
Le situazioni storte magari ci sono e da parecchio tempo, ma il problema primo non è questo. Il problema a cui dare attenzione, grazie al vangelo di quest’oggi, è il nostro disagio che ci porta a giudicare.
Il ritrovarci a dovere giudicare dovrebbe essere per noi, non un motivo di scandalo ma, un campanello di allarme che ci possa mettere in collegamento con il nostro disagio. Un segnale che ci indichi la direzione verso cui guardare. È vero il disagio alle volte è talmente legato con la situazione esterna che lo provoca, che risulta difficile riuscire a coglierlo e a isolarlo dal fattore esterno a cui noi lo attacchiamo, per ritornare al fattore nostro interno, ma è possibile.
Lasciarci provocare e risalire al nostro disagio è il primo passo. È importante poi smettere di prendercela col prossimo, cosa inutile e dannosa per noi e per lui, rivolgendo l’attenzione su di noi. In seguito siamo chiamati a cercare di dare un nome a questo disagio: i disagi hanno sempre un nome. Scoprire il suo nome per poterlo chiamare col proprio nome, ci dà potere su di esso. Un potere che siamo chiamati ad usare saggiamente lasciando il prossimo e guardando noi stessi.
Questo non significa che noi risolveremo il nostro disagio, ma che lo avremo focalizzato. Fare questo significa smettere di rincorrere certe chimere che ci promettono di risolvere i nostri problemi gettandoli sull’altro, fermandoci invece ai problemi veri e reali.
Dato il nome: alle volte il problema è risolvibile, a quel punto abbiamo gli strumenti in mano per farlo, alle volte non è risolvibile, e allora siamo chiamati ad accettarlo in attesa che maturi e senza bisogno di sfiancarci a combattere contro i mulini a vento.
Non giudicare: giudicare condiziona negativamente l’altro; il giudizio sull’altro si rivolge contro di me. Il giudizio pre-giudica l’altro e giudica me stesso: l’altro tende a diventare come io lo vedo, e io sono come vedo l’altro.
Siamo chiamati a stimare l’altro come figlio di Dio e fratello mio. La mia disistima nei suoi confronti nega a lui la mia fraternità e a me la filialità divina. È la chiamata a fare all’altro quello che voglio l’altro faccia a me.
L’altro è altro, diverso ed estraneo, intruso e concorrente, invasore e nemico. Io lo misuro, lo valuto e lo giudico: ciò che ha in più è oggetto di invidia e rapina; ciò che ha in meno, è motivo di disprezzo.
Dall’altro mi difendo per conservare la mia differenza; se possibile lo attacco per impadronirmi della sua. Cerco la superiorità per non cadere nella inferiorità, il dominio per non essere dominato.
Non possiamo dimenticarci che il volto dell’altro è il volto dell’Altro: nel rapporto con lui vivo quello con l’Altro e viceversa.
L’invito a non giudicare è invito ad essere come il Padre, che accetta il figlio. Giudicare significa non essere figlio. Il mio giudizio buono o cattivo sull’altro, è la misura del mio essere figlio o meno del Padre. E il giudizio futuro che il Padre darà su di me non sarà altro che il giudizio presente che io do sul fratello. Dio lo lascia scrivere a me; lui alla fine semplicemente leggerà ciò che io ho scritto.
L’invito è quello di giudicare noi stessi anziché l’altro; un giudizio di misericordia maturante, che mi permette di cogliere dando un nome al mio disagio e di volgere lo sguardo su di me anziché sull’altro, con amorevolezza. Sono convinto che se non sappiamo individuare e amare il nostro disagio, non sapremo amare né noi stessi né il prossimo: ci giudicheremo e giudicheremo.
Uno vede l’altro con il suo occhio e col suo cuore: l’altro è colui che rispecchia me stesso. Se lo vedo male, è perché il mio cuore è cattivo. La critica verso l’altro è autocritica inconsapevole: il piccolo male che vedo in lui è spia del grande che è in me!
Ancora una volta l’invito è quello di curare ed educare il proprio cuore per imparare a discernere ciò che è buono oppure no in me stesso e nell’altro, abbandonando la via del giudizio su di me e sull’altro, via che non lascia possibilità ad alcuna misericordia.
Mai una volta, nel giudicare, ho dimenticato di essere una povera creatura umana schiava dell’errore, mai una volta nel condannare ho potuto reprimere il turbamento della coscienza, tremante dinanzi ad un ufficio che, in ultima analisi, è soltanto tuo, o Signore.
Piero Calamandrei
C’è l’occhio cattivo che è una lama che ti uccide e ti condanna subito e ha già pesato, valutato tutto; oppure c’è l’occhio buono che è la finestra luminosa che ti accoglie, ti lascia esistere come sei. Quindi il giudizio è il principio della relazione con l’altro.
Fausti
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