In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete.
Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete».
Siamo al termine del discorso della montagna: Gesù rinnova l’invito a vivere in santità e nella giustizia di Dio che è il suo amore misericordioso.
L’invito è quello di cercare sempre più e sempre meglio una coerenza di vita tra il di dentro e il di fuori, tra il cuore e l’azione. La grande tentazione dell’uomo e del cristiano è quella di ricercare azioni buone da compiere e da mostrare.
Sappiamo che il mettere in mostra qualsiasi buona azione significa vanificarla. Si vanifica la preghiera se la facciamo per farci vedere; si vanifica la carità se la facciamo per metterci in mostra; si vanifica il digiuno che ricerca l’approvazione degli uomini; si vanifica il perdono se fatto solo perché così facciamo bella figura.
Ogni buona azione viene vanificata dalla necessità di farci vedere, dal bisogno di farci pubblicità. Pensiamo a quanto sia ingannevole la propaganda politica non a partire dal fatto che è fatta dall’uno o dall’altro schieramento, ma semplicemente perché è fatta. La vera e sola politica buona può venire solo dalla presentazione di un programma da compiersi e dal darsi da fare per compierlo, mai dal pubblicizzare i propri meriti, meno ancora dal negare i meriti altrui spostando l’attenzione dei cittadini dai veri problemi a dei falsi problemi, al bisogno di un nemico. Lo stesso dicasi della pubblicità, anima del mercato ma negazione dei diritti degli utenti che sono solo consumatori e non fruitori di servizi acquisiti.
Comunque sia se il centro di tutto è l’albero e la bontà dell’albero da riconoscere dai suoi frutti, la nostra attenzione, se desidera essere positiva, non si può incentrare sui frutti ma sul cuore.
Incentrarsi sui frutti significa cedere alla tentazione dell’apparenza dove si pone attenzione a compiere delle buone azioni che possano dimostrare che il nostro albero è cosa buona. Incentrarsi sul cuore significa comprendere che dall’educazione del proprio cuore possono nascere di conseguenza dei buoni frutti.
È il passare dall’apparenza al silenzio del cuore, al silenzio della propria camera, al silenzio del proprio deserto dove il crogiuolo della fede lavora e stilla oro puro. Non deve interessare nulla agli altri tutto questo lavorio, come non deve interessare a noi mostrare tutto questo lavorio e fatica. Non deve interessare a nessuno il mostrare l’albero buono: questo è solo frutto della pubblicità e della propaganda.
Deve interessare a noi l’educare giorno dopo giorno il nostro cuore. Deve interessare a noi cibare il nostro cuore con la Parola quotidiana e col pane di vita che ogni giorno il Signore ci dona.
Nei nostri spostamenti lavorativi quante chiese incontriamo, sperando che i cristiani e/o il prete abbiano la bontà di tenerle aperte? In tutte le nostre corse chissà quante occasioni abbiamo per fermarci un attimo in preghiera o ad andare ad una celebrazione eucaristica per nutrirci e per mettere ordine nella nostra giornata. Attenzione al cuore: ne conseguiranno buoni frutti per le nostre giornate che più facilmente saranno buone giornate.
Ma attenzione: l’interesse non deve essere ai rami, ma alle radici. Ancor più: non possiamo preoccuparci della pianta solo alla stagione del raccolto, bello nel suo splendore, ma dobbiamo porre attenzione soprattutto alla stagione della potatura, del concimare, dell’irrorare e dell’irrigare, allora verrà la stagione del raccolto ma ciò che importa a noi deve essere l’altra stagione.
Proviamo ad applicare questo principio all’ambito educativo coi nostri figli e vedremo cambiare completamente la nostra attenzione: non più angosce infinite per le azioni cattive, ma cura quotidiana al cuore, alla pianta che poi darà frutto a suo tempo.
Allora e solo allora “dai loro frutti li riconoscerete”! Non più “dalla veste di pecora sotto la quale si nasconde il lupo rapace”, non più l’amico in apparenza sotto il quale si nasconde il nemico reale, ma un cuore buono che vive e che vivendo porta del buon frutto.
Lo chiederemo agli alberi, come restare immobili fra temporali e fulmini, invincibili.
Risponderanno gli alberi che le radici sono qui e i loro rami danzano all’unisono verso un cielo blu.
Simone Cristicchi
Il vero profeta è quello che chiama alla conversione sé prima degli altri.
Altrimenti la veste esterna, le parole sono da agnello, e dentro invece è lupo rapace.
C’è questa dissonanza tra il dentro e il fuori vissuta come luogo normale di ipocrisia religiosa.
Fausti
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