Matteo 7, 6.12-14
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».
Senza di me non posso discernere e comprendere e decidere cosa fare e come impostare la mia esistenza. Proprio a causa di questo sembra impossibile all’uomo potere mettere al centro della propria esistenza l’altro.
L’altro mi è utile per potere avere qualcuno da amare. L’altro mi è necessario per potere avere qualcuno a cui predicare. Senza l’altro io non esisto e l’altro mi serve appunto per potere esistere.
Ma fare della mia esistenza qualcosa da donare all’altro, questo è tutt’altra cosa. Fare sì che l’altro diventi il centro della mia attenzione e del mio amore, è cosa impensabile. Fare all’altro quello che io vorrei gli altri facciano a me è una perla che non può che rimanere nascosta, appena viene alla scoperta i porci la calpestano con le loro zampe e si prendono la briga di sbranarci.
Abbiamo dei grandi suggeritori di cristianesimo: ci dicono che noi siamo cristiani, prima veniamo noi e poi gli altri. Tu, caro Papa, non capisci nulla di cristianesimo, te lo spiego io cosa significa essere cristiani. Il richiamo a mettere al centro delle nostre attenzioni i poveri, migranti o non migranti che siano poco importa, è una perla del vangelo che i porci calpestano – ci siamo prima noi – e si premurano di sbranarci – non capisci niente di cristianesimo e se vuoi accoglierli accoglili in Vaticano.
È drammatico il richiamo del Signore a mettere l’altro al centro delle mie attenzioni, perché non ne sono capace. L’altro lo metto al centro delle mie attenzioni se mi è utile. Non parlo solo dell’uso politico ed economico dell’altro – questo è già chiaro e lampante-, parlo soprattutto dell’uso religioso dell’altro.
Fare all’altro ciò che vorrei che l’altro facesse a me è una perla che va tenuta nascosta nel cuore e fatta crescere: non la posso sbandierare e non la posso gridare ai quattro venti. Appena la esplicito e la comunico diventa propaganda, un farsi vedere e appena diventa preda dell’immagine è già finita, è già cibo per i porci. Appena la rendo pubblica si svuota di tutta la sua capacità rivoluzionaria, vale a dire della sua capacità di conversione. La conversione, come l’elemosina o il digiuno o la preghiera, appena è pubblicizzata muore, non è più conversione, diventa subito un mettere al centro della mia attenzione me stesso anziché l’altro.
Pensare a me, a come vorrei che gli altri mi trattassero e trattare loro in quella maniera, senza dire nulla, senza farlo sapere, è una perla che rimane tale solo se custodita nella conchiglia del cuore.
Amare è capovolgere le proprie attese, che nascono dalla capacità di discernimento e di comprensione, in attenzioni verso l’altro; i miei diritti in doveri verso di lui. Per chi ama i bisogni dell’amato diventano i suoi impegni e motivo di vita.
Spontaneamente noi ci mettiamo al centro di tutto: non capiremmo nulla se non lo facessimo. Ma passare dalla tendenza egoistica di metterci al centro di tutto non come comprensione ma come attenzione, al porre al centro il mondo l’altro: questo è movimento stravolgente. Pensare a questo ti fa mancare il fiato. Pensare a questo significa comprendere e accogliere il mistero della croce come atto non subito ma donato e scelto.
Noi siamo al centro dell’attenzione e del cuore di Dio. Diventare come Lui, ponendo al proprio centro gli altri, è un passo di maturazione e di conversione umanamente alto e, allo stesso tempo, dal punto di vista umano, disumano.
Gesù è venuto a portare a compimento la Legge e i Profeti e lo ha fatto adempiendo la Legge e i Profeti con l’atto di amore della scelta della Croce che è l’atto più alto dove Lui ha posto l’uomo al centro della sua attenzione dimentico di se stesso, ricordando a se stesso che questo è amore vero: donare la propria vita per i propri amici.
In tal modo Lui è diventato il canone di umanità e di umanizzazione, è Lui la regola d’oro. Il suo testamento è atto di amore che ci invita ad amarci come Lui ci ha amati: facendo a noi quello che Lui avrebbe voluto noi facessimo a Lui.
Chi fa come Lui, diventa figlio, vive l’amore nella legge della libertà. La verità di tutto questo, per niente sminuita, continua a rivoltare le mie viscere e a farmi vedere la violenza di tutto questo che può essere redenta solo da una conversione totale all’amore.
Amare è capovolgere le proprie attese in attenzioni verso l’altro, così i nostri diritti diventano doveri verso il prossimo.
I nostri impegni veri sono amare i bisogni dell’amato, del fratello, del prossimo, dell’altro!
Abbiano in noi sempre una tendenza egoistica di porci al centro di tutto. Noi siamo già al centro di Dio.
Noi diventiamo come il Padre se, come Lui, poniamo al proprio centro gli altri.
PG
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