Matteo 8, 1-4
Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì.
Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».
Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita.
Poi Gesù gli disse: «Guardati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».
Gesù scende dal monte come Mosè. Mosè portava una legge da osservare, Gesù è Parola compiuta. Quanto Gesù ha detto sul monte nei capitoli precedenti, ora egli lo compie. Gesù infatti fa quello che dice. Anzi quanto dice è già all’opera è già fatto. Il dono della Parola accolto e ascoltato è fonte di prodigi, perché la Parola fa nuove tutte le cose portando a compimento la creazione con il dono della risurrezione.
I miracoli narrati d’ora in avanti dicono solo un miracolo: quello di farci figli. Quanto Gesù ha detto non è legge ma Vangelo. Se la legge denuncia e condanna il peccato o addirittura fa venire la lebbra, come a Maria invidiosa del fratello Mosè, la Parola Gesù è un fiume di acqua viva. La Parola Gesù guarisce dalla lebbra e dal peccato denunciato e condannato dalla legge. La legge allontana il lebbroso, il vangelo lo accoglie e lo guarisce, lo tocca!
La chiamata è ad immergerci nel fiume di acqua viva che sgorga dal Cristo e dal suo costato trafitto. Così ne veniamo purificati, così siamo liberati dalla nostra lebbra. Mondati dalla nostra lebbra, dal peccato e dalla morte, con la carne fresca rinnovata e rinata, come la carne fresca di un bambino.
Gesù con la parola appena detta sul monte rigenera a vita nuova e ci invia sulle strade del mondo. Il miracolo del lebbroso mondato è segno di una vita nuova del Figlio che ha vinto la morte. Non siamo stolti fermandoci al miracolo e al segno e non vedendo oltre, smettiamo di guardare il dito che indica la luna non osservando la luna.
La nostra lebbra è il nostro allontanarci da Dio. La guarigione è riavvicinamento di Dio a noi. Lui non si allontana, non si scosta, si avvicina e ci tocca e toccandoci ci guarisce, ci salva, ci fa risorgere, ci conduce a vita nuova.
Il nostro inseguire idoli diventando come loro, li abbiamo fatti a nostra immagine e somiglianza. Per questo la nostra vita è diventata vuota perché gli idoli non guardano, non odono, non palpano, non odorano, non adorano: siamo segnati dalla morte della lebbra e le nostre membra non servono più ad annunciare la Buona Notizia ma a diffondere la lebbra. Moltiplichiamo le nostre presenze ma in tal modo non facciamo altro che moltiplicare la nostra stupidità, la nostra lebbra. Andiamo agli altri ma per renderli come noi. Non portiamo la Parola, portiamo la nostra lebbra e infettiamo di idolatria le nostre comunità e chiese.
Ciò che è peggio è che noi consideriamo tutto ciò come normale, come qualcosa che va bene così o meglio come qualcosa del quale non si può fare a meno, non è possibile fare diversamente. Diventiamo ottusi alla grazia, alla vita di Dio Padre per noi.
I miracoli ci presentano quell’impossibile a cui da sempre noi aspiriamo dal profondo del nostro essere.
Il racconto del lebbroso mondato ci fa da specchio ed evidenzia, porta a galla, libera in noi il nostro desiderio di verità e di libertà. In altre parole ci mostra che il bene, per cui siamo fatti, è possibile, è reale, è donato a noi grazie a Gesù Parola Figlio del Dio vivente, è rigenerante la nostra esistenza.
Gesù preferisce correre il rischio del contagio, nel desiderio di toccare la ferita dell’altro; volendo condividere, come solo attraverso il tocco si condivide, quella sofferenza; aiutando a vincere l’ostracismo, interiorizzato con la separazione forzata. A curare è certamente il potere di Dio che si manifesta in Gesù, ma in un processo dove la forma non è affatto indifferente. Lo cura il fatto di sapersi toccato, e toccato nel senso di trovato, assunto, accettato, riconosciuto, riscattato, abbracciato.
J. Tolentino Mendoça
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8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42
Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto
7 Marzo 2026 Luca 15, 1-3.11-32
L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi.
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La paura di non essere amati ci spinge a non lasciare al padre il potere di farci sentire così e preferiamo non farci trovare più, lasciare il posto in cui ci si aspetta che restiamo. E, con il gesto più libero che abbia mai fatto, il fratello maggiore, che non ha mai chiesto nulla, confessa il suo bisogno di essere amato allo stesso modo, e si arrende alla ricchezza umana del suo limite, come se stesse dicendo al padre “vienimi a cercare, anch’io voglio essere trovato”. E Lui viene a cercarci e ci chiama figli, ci invita a rallegrarci e a ringraziare con Lui.
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6 Marzo 2026 Matteo 21, 33-43.45-46
Invano l’uomo tende a ridurre la vigna a un suo possesso e a considerarla una sua costruzione. Nascono Stati, Chiese intorno a quella vigna, ma essa sfugge ad ogni recinto, e si posiziona nuovamente dentro ad ogni uomo che si mette in viaggio verso Se Stesso.
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Giovanni Nicoli | 26 Giugno 2026