Matteo 8, 23-27

In quel tempo, salito Gesù sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva.

Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.

Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».

E dobbiamo lasciare la riva per passare, per passare all’altra riva.

Noi esistiamo per un sorriso: il sorriso di nostra madre che ci accoglie e ci fa sentire al sicuro. Come dice Von Balthasar “l’io del bambino emerge cosciente nell’esperienza del tu (…) l’esperienza del sorriso della madre per grazia del quale egli esperisce che è inserito, affermato, amato, in qualche cosa che incomprensibilmente lo cinge, già reale, e che lo custodisce e lo nutre”. Noi esistiamo per questo sorriso e ci sentiamo in vita, sicuri da ogni paura, al coperto da ogni tempesta. Eppure prima o poi, se cresciamo, ci imbattiamo nella differenza che ci porta a distaccarci da colei che ci ha portato all’esistenza. È il dramma dell’altro/madre che non è più percepita come colei che ridesta amore, che protegge e che abbraccia, ma viene avvertita come avversa e pericolosa, soffocante per la nostra identità e per la nostra libertà.

Dobbiamo fare questo passo se vogliamo esistere, ma nulla toglie che questo passo possa essere drammatico, spesso negato, sentito come nemico.

Dobbiamo passare all’altra riva: dalla riva della paura alla riva della fiducia. Due rive, due sentimenti opposti che si contendono il nostro cuore. La paura che blocca, non ci lascia uscire nel mare aperto, ci dice che può essere pericoloso intraprendere la traversata dal tu all’io, che ci fa percepire l’altro come alieno, come straniero. La paura che ci blocca in una sorta di limbo dove o esisto io o non esiste nessuno, dove l’altro può essere solo nemico, dove non è più possibile sperimentare l’altro come luogo della mia crescita, del mio venire ogni giorno alla vita.

La fiducia è colei che deve tenere a bada la paura facendo crescere luoghi vitali e luoghi dove noi possiamo ritrovarci prendendo il largo. È incerta la partenza ed è incerto il viaggio. Non vi sono agenzie di viaggio e agenzie assicurative. Ma nel momento in cui con fiducia scopro la bellezza del viaggio, esperimento di nuovo la bellezza e la drammaticità della nascita. Lascio un luogo sicuro per un luogo che sicuro non è, è luogo sconosciuto. Lascio un luogo sicuro che alla lunga non può che divenire il luogo della mia morte e parto per un luogo insicuro, per un’esperienza nuova. Solo là troverò un seno accogliente che mi ride e un sorriso ridente che mi accoglie.

Anche noi possiamo sperimentare di non avere dove posare il capo nel mare in tempesta ed è naturale, in quella situazione, sperimentare la paura. Ma lì possiamo ogni giorno scoprire la vita: usciamo da un luogo sicuro per rinascere. Non siamo chiamati a seppellire il padre, siamo chiamati alla vita seppellendo le nostre paure. Diversamente non si giunge all’altra riva.

I momenti di crisi sono il luogo stesso della fede, della fiducia, del ritornare alla vita; sono luoghi dove noi, se ci giochiamo prendendo il largo e andando all’altra riva, non facciamo l’esperienza, quella sì, drammatica dell’aborto.

E vi sono tante situazioni che, in nome della sicurezza e contro ogni incertezza, ci spingono a non partire, ci invitano a divenire degli aborti. Tutta la tiritera sull’economia da salvaguardare, ma non per l’uomo, per essa stessa è un continuo invito all’aborto.  I luoghi di crisi sono vitali per vivere una vita libera da paura della morte, del non senso.

Se si vuole giungere all’altra riva va sdemonizzato il mare, l’abisso e la stessa morte. E lo si sdemonizza passandoci dentro con il Signore che “dorme” e “si sveglia”, che muore e risorge. Solo così sperimenteremo la rottura delle acque, del muro che separa la nostra realtà di morte dalla realtà di vita, quel muro tanto utile alla vita – fino ai nove mesi – ma rischia di divenire la nostra tomba se non lo squarciamo.

È il Signore che ci salva non dalla morte; è il Signore che ci invita a salvarci dal suicidio passando nella morte, offrendoci il risveglio ad una vita nuova che va oltre la stessa morte.

È l’esperienza del passaggio pasquale dalla morte alla vita attraverso la morte: non sono più feto, allora, ma divengo bambino e poi fanciullo e poi adolescente e poi giovane e poi adulto e anziano fino al passaggio definitivo al regno della vita. È l’esperienza pasquale del battesimo che ci fa incontrare col sorriso di Dio Madre che ci genera ogni mattino alla vita.

 
 

Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato.

Haruki Murakami

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26 Marzo 2026 Giovanni 8, 51-59

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Per noi l’eternità è una questione di quantità (un tempo che non finisce), ma nel Vangelo l’eternità è questione di qualità. Gesù non promette ai suoi discepoli un ombrello assicurativo per ripararli dagli inconvenienti che possono capitare (uno tra tutti la morte) ma insegna che a decidere la felicità o l’infelicità, la realizzazione o il fallimento personale non è ciò che capita, ma il modo con cui reagiamo a ciò che capita: sostenuti, nutriti e guidati dalla sua parola sarà sempre possibile scegliere di amare, perciò di scegliere la vera vita (anche sulla croce). P. Lanza

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