Matteo 9, 14-15
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».
Perché digiunare? Da che cosa digiunare? Cosa significa digiunare? È una semplice pratica devozionale? È una semplice pratica ascetica? È una pratica che troviamo in tante religioni e filosofie occidentali e orientali?
Se è una pratica così richiesta e così diffusa, perché ci fa così paura o ci crea così tante difficoltà? Perché fioriscono i nutrizionisti che, a modo loro, gestiscono un digiuno salutista al quale digiuno non riusciamo quasi mai ad essere fedeli? È più facile digiunare e non mangiare per potere avere due gambe da anoressiche e per potere indossare certi jeans, che non farlo per volerci bene! Perché il digiuno è possibile per moda e non come gesto per volerci bene?
Dopo questa valanga di domande, a cui potremmo aggiungerne molte altre, da dove partire per potere cogliere il senso e la bontà di una pratica che ha perso mordente e sensatezza?
Il digiuno è innanzitutto, credo, un gesto che coinvolge tutta la persona. Non può essere una pratica che coinvolge solo il corpo. Coinvolge la nostra volontà. Coinvolge il senso della nostra esistenza: digiuniamo se abbiamo una motivazione dentro. Se dentro la motivazione della ricerca del seno della mamma, del senso di abbandono, dell’ansia da prestazioni, della rabbia per cose che non vanno, della delusione per i fallimenti della nostra esistenza, è più forte, noi bene o male, molto o poco, a tempi alterni o sempre, noi ci daremo da fare per ingolfarci di cibo, di relazioni, di cose.
Il digiuno è un gesto di verità che può essere colto e vissuto solo in verità. Se gesto di verità per la persona tutta, diventa una scelta e un gesto di libertà. Se solo cosa estetica, anche se dimagriamo, ci abbruttisce dentro prima e fuori poi. Forse saremo più accettati socialmente perché gli obesi, pur simpatici, hanno meno appeal, al giorno d’oggi, ma dentro il marcio e il negativo continuerà ad albergare e a crescere come un tumore non riconosciuto e non curato.
Il digiuno è a servizio della persona e dei fratelli. È a servizio della persona quando ci aiuta ad evidenziare certe ferite che continuiamo a curare in modo malsano. Non riesco a stare nella realtà e allora faccio uso di droghe leggere o pesanti che siano, per rifuggire da questa realtà. Il digiuno dalla droga, come dall’alcool, è un modo per avvicinare la nostra vita in modo più vero. Ma questo chiede consapevolezza e scelta che non può essere cosa solo del fisico, ma della persona stessa. Il digiuno da relazioni che non ci fanno crescere pur avendo in se stesse qualcosa di bello e di intrigante, è scelta che chiede di evidenziare una certa ferita passata o presente, e chiede la scelta e il desiderio di prenderla sul serio digiunando da relazioni malsane e non corrette che rischiano di non essere maturanti.
La ferita per la nostalgia dello Sposo, o di chi per Lui, è cosa da prendere sul serio. Il digiuno è gesto per sentire nel nostro corpo una mancanza che sentiamo in profondità nella nostra anima. Coinvolgere il proprio corpo nel proprio cammino spirituale, è lo scopo del digiuno. Se rimane cosa a se stante, resta cosa solo esterna ed esteriore, che lascia il tempo che trova. Diventa un’azione meritoria che ci logora e si logora, alla lunga, e non mi fa maturare, non ci educa, non educa il nostro cuore ad una relazione più vera con il creato, con le creature, tantomeno col Creatore.
Digiunare ha senso se digiuno da tutto ciò che rischio di compensare con le mie azioni, senza saziare. È l’azione propria delle droghe, dell’alcool, dell’abuso sessuale, della violenza fine a se stessa. Digiunare dal vituperio, da una certa libertà di stampa che non ha norme etiche se non quella dell’audience e della fama passando sulla pelle di tanta gente buona o meno buona che sia. È una morbosità che viene travestita da una falsa libertà e da un falso moralismo religioso, dove il tutto è finalizzato a compensare le mie azioni, non a saziare la mia vita di bene.
Il digiuno è finalizzato a spezzare il giogo dalle proprie schiavitù. Il digiuno, così vissuto, finalizza le proprie energie migliori a spezzare questo giogo di gratificazione mai saziante, di gratificazione dei bisogni senza mai toccare il saziare il proprio cuore.
Si può far digiunare il proprio occhio dalla curiosità morbosa che avvolge molto del mondo dei media. Si può far digiunare il nostro orecchio dal fiume di parole atte a riempire il vuoto che temiamo, un digiuno finalizzato alla liberazione dalla superficialità con cui trattiamo le parole e le realtà che incontriamo. Si può far digiunare la nostra lingua, che è il timone della nave della nostra vita ci dice s. Giacomo, dalla maldicenza, dalle maledizioni, dal turpiloquio che scaturisce in noi ogni volta che in auto qualche clacson suona fuori luogo. Si può far digiunare la nostra anima dall’attaccamento narcisistico a se stessa, per renderla libera di volare.
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8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42
Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto
7 Marzo 2026 Luca 15, 1-3.11-32
L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi.
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La paura di non essere amati ci spinge a non lasciare al padre il potere di farci sentire così e preferiamo non farci trovare più, lasciare il posto in cui ci si aspetta che restiamo. E, con il gesto più libero che abbia mai fatto, il fratello maggiore, che non ha mai chiesto nulla, confessa il suo bisogno di essere amato allo stesso modo, e si arrende alla ricchezza umana del suo limite, come se stesse dicendo al padre “vienimi a cercare, anch’io voglio essere trovato”. E Lui viene a cercarci e ci chiama figli, ci invita a rallegrarci e a ringraziare con Lui.
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6 Marzo 2026 Matteo 21, 33-43.45-46
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Giovanni Nicoli | 4 Marzo 2022