Matteo 9, 14-15

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».

E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

 

Gesù ci ha radunati in casa di Matteo: noi peccatori siamo chiamati al banchetto di nozze. Un banchetto dato in onore di Colui che ha appena convertito il cuore di Levi, Matteo l’esattore delle imposte, peccatore pubblico inviso alla gente. In casa di Matteo ci sono i discepoli, ci sono i farisei, ci sono i discepoli di Giovanni Battista: nessuno è escluso dalla festa, perché egli è il Principio e la Fine, l’Alfa e l’Omega della creazione: per lui e in vista di lui tutto è stato fatto. Gesù è lo Sposo che ci invita al banchetto di nozze in nome del Padre per mezzo dello Spirito che grida dentro di noi Abbà, Padre! Dio Padre esprime attraverso questo banchetto dato per il Figlio Sposo tutta la sua attenzione e tenerezza per l’umanità. La tenerezza è lo Spirito che soffia dove vuole accarezzando l’uomo che ha bisogno di questa tenerezza dimenticata.

La tenerezza è propria degli sposi, e quando si dimentica la bellezza e l’importanza della tenerezza ci si dimentica di amare. Tutto diventa scontato, tutto diventa faticoso, pretendiamo di avere anziché dare. Inizia la violenza: la violenza sessuale, la violenza verbale, la pretesa che l’altro/a sia a nostro servizio, si cominciano a richiamare i doveri, ci si accusa reciprocamente di essere inadempienti, si chiude ogni via alla libertà. E senza libertà non ci può essere tenerezza. Una libertà che richiama reciprocità. Ci muoviamo per primi, siamo generosi, diamo tutto quello che abbiamo e riceviamo tutto quello che l’altro ci dona.

Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito è il nostro tenerone. Il lievito del Regno è la tenerezza di Dio che con la sua attenzione fa fermentare tutta la farina. Un lievito che chiede anche a noi di giocarci nella tenerezza fermentante delle nostre relazioni. Una tenerezza che asciuga le lacrime e che bacia l’umanità intera.

Il chicco di grano è la tenerezza con la quale Gesù accetta di morire per salvare l’umanità. Una tenerezza che ci salva e che ci chiede di giocare la tenerezza nella crudezza quotidiana, della noia delle cose che ogni giorno siamo chiamati a vivere. La tenerezza fa fermentare: è un seme e un lievito tenero che può sconvolgere le potenze del male col coraggio della sua presenza.

La perla nascosta è la tenerezza di Dio che non ha paura di prenderci in braccio di levarci fino alla sua guancia, un Dio che non ha paura di essere preso in giro purché il Bene trionfi, un Dio che non ha paura di morire nella sua tenerezza condannato dalla rabbia e dalla bellicosità dell’uomo. La tenerezza di Dio non ha paura del piccolo, che è sempre bello, e sa andare oltre le nostre aridità. È Dio con la sua tenerezza che difende i propri figli, non chiede a noi di difendere Lui: ha bisogno di gente che ama teneramente l’altro come Lui lo ama.

L’uomo chiamato al banchetto di nozze dell’Agnello in casa di Matteo si presenta coi suoi digiuni dall’amore e dalla tenerezza; si presenta con la sua solitudine ed incapacità di amare ancora, di scegliere ancora il bene: il Signore non si scandalizza di questo, lo ama teneramente. L’uomo si presenta con la sua nudità ferita, che nasconde con vergogna ma che non può fare a meno di farsi notare: e Dio lo riveste. L’uomo si presenta in casa di Levi con la sua fame di amore, e Gesù lo invita a banchettare al banchetto della vita, al banchetto dell’eucaristia, si dona Lui col suo corpo e col suo sangue per saziare la fame e la sete di amore dell’uomo invitato al suo banchetto di nozze. L’uomo desidera essere vestito della tenerezza di Dio e Dio gli dà dignità non nascondendo la sua nudità ma amandolo nella sua nudità. L’uomo desidera ancora l’ebbrezza della vita, un’ebbrezza che ricerca nel pericolo e lo Spirito lo prende sulle sue ali di aquila e lo porta alle vette della guancia di Dio facendogli sperimentare l’ebbrezza della dolcezza e tenerezza di Dio. L’uomo è desideroso di novità che le cose che lo investono non possono più dargli, ormai servono solo al consumo non certo alla sua felicità, e l’Agnello gli fa sperimentare la bellezza della novità del lievito che cambia completamente il volto quotidiano della farina facendola diventare pasta. Questa è la tenerezza di Dio, questa è la presenza dello Sposo che sazia la fame dell’uomo, una fame antica quanto l’uomo. Presenza che è tenerezza da gustare, dalla quale non possiamo digiunare.

Tenerezza in persona è Cristo che parla con la samaritana, non rimproverandola ma chiamandola donna, come aveva chiamato sua madre alle nozze di Cana: le si rivela come Messia, con lei parla delle cose più grandi del mondo.

Un evento pregno di tenerezza è l’atteggiamento di Gesù con l’adultera. Così molti momenti vissuti con Pietro che a volte capisce più di quello che dovrebbe e alle volte non capisce: Pietro è un groviglio di contraddizioni, come noi che siamo sua Chiesa e che riceviamo comunque queste attenzioni tenere da parte di Dio. Tenerezza in persona è il pastore che cerca la pecorella smarrita, come l’amante cerca l’amato nel Cantico dei Cantici: e una volta trovata se la pone sulle spalle e fa festa.

Questo è il nostro Dio, questo è lo Sposo: tenero e accogliente e attento.

La tenerezza colma le distanze. È un gesto nuovo, di squilibrio. Coraggioso, perché ricerca la guarigione, non indugiando più sulla ferita.

Chandra Livia Candiani

Non un precetto sterile, una gara di resistenza fine a sé stessa, una mortificazione, ma uno strumento per “diventare”. Il digiuno ci libera. Ci permette di abitare i vuoti e le mancanze, di fare spazio alla relazione con Dio.

M. Epicoco

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